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Salvatore De Pasquale, in arte Depsa, è uno di quei nomi che, pur restando spesso dietro le quinte, ha contribuito in modo determinante alla cultura popolare italiana degli ultimi decenni. Paroliere, autore televisivo, poeta e pensatore raffinato, ha scritto testi entrati nel cuore degli italiani, collaborando con grandi artisti e firmando programmi televisivi di enorme successo.
Ma dietro il suo eclettismo creativo si cela anche una storia profondamente legata a Portici, la città dove tutto è cominciato.
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Uagliù, mettetevi comodi, che la storia di oggi è una di quelle che ti fanno dire: ‘Ma guarda un po’ la vita!’. Immaginatevi un nobile signore, nato non qua, sotto ‘o Vesuvio, ma nella lontana Venosa. Un uomo colto, un viaggiatore, che un giorno arriva a Portici e… zac! Resta fulminato. Ma non è un colpo di fulmine passeggero, di quelli che durano un’estate. No, il suo è un amore vero, di quelli che ti spingono a voler sapere tutto: le origini, le glorie, le sventure. Quest’uomo era Diego Rapolla, e per la nostra città ha fatto un regalo senza prezzo: ne ha scritto la storia con una passione che quasi te la fa vedere, trasformando il suo amore in un libro eterno. Ma la domanda resta: cosa vide nei nostri vicoli e nel nostro mare per dedicarci l'anima? Venite a scoprire la storia dell'uomo che ci ha amato più di tutti.
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Non tutte le grandi storie che profumano di mare e di Vesuvio sono nate qui. Alcune, le più toste, sono arrivate da lontano, scegliendo la nostra terra per trovare pace dopo mille battaglie. Oggi vi racconto la storia di un uomo che era fatto della stessa roccia della sua Calabria: un gigante partito da Cutro per diventare uno dei pilastri dello Stato italiano. Si chiamava Diego Antonio Tajani, e aveva ‘a schiena dritta, come diciamo a Napoli. Magistrato, ministro, avvocato dei deboli. Fu il primo a dichiarare guerra aperta alla Camorra, quando gli altri si giravano dall'altra parte, e non ebbe mai paura di nessuno. E sapete dove veniva a riposarsi questo leone, a ritemprare l’anima dopo aver servito il Paese? Proprio qui, a Portici, nel suo “buen retiro”. Pronti a scoprire la vita incredibile di un uomo giusto che ha onorato il Sud intero?
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Portici non è solo ’na città sott’‘o Vesuvio: è un viaggio nel tempo, tra storia, arte e natura. Lo sapevi che la Reggia di Portici fu costruita nel 1738 per volere di Carlo di Borbone, affascinato da una vista che ‘leva ’o respiro’? E non è tutto: nei suoi giardini reali si nascondono leggende, segreti e piante rare che raccontano di un’epoca di splendore. Oggi, questa meraviglia è sede della Facoltà di Agraria dell’Università Federico II, ma il suo fascino storico è rimasto intatto, congelato nel tempo. Ti va di scoprire con me cos’ha di così speciale questo palazzo, che ancora oggi incanta chiunque posi lo sguardo sulle sue mura maestose? Preparati a un viaggio indimenticabile tra passato e presente, tra re, regine, scienziati e tanta, tantissima bellezza. Andiamo, ti aspetto!
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Ci sono uomini che passano la vita a cercare il potere, e poi c’è stato Domenico Capitelli, un uomo che il potere lo ha trovato e, con una calma disarmante, gli ha detto di no. Pensa: nato nella nostra Terra di Lavoro, divenne il giurista più brillante del Regno e, nel cuore della rivoluzione del 1848, fu eletto Presidente del Parlamento. Eppure, per ben quattro volte rifiutò la poltrona di Ministro. Ma che uomo era mai questo Capitelli? Una figura di rigore assoluto, la cui vita di battaglie e principi si concluse in un modo tanto inaspettato quanto tragico: qui, nella nostra Portici, mentre cercava solo di essere un padre e proteggere i suoi figli. Vieni a scoprire la storia di un gigante che ci ha insegnato che la vera grandezza non sta nel potere che si accumula, ma in quello a cui si sa rinunciare.
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’A vote ’a storia fa d’‘e giri strani, parte d’‘a Calabria e arriva fin’ a Portici, sott’ ‘o Vesuvio. E accussì, cari amici, ve voglio cuntà ’a storia di Domenico Casella, nato a Cosenza nel 1898. Uno di chille uommene che, pur non essendo nato a Portici, ha lasciato un’impronta indelebile, comme a ’na radice profonda nella nostra terra fertile. Agronomo illustre, professore universitario e direttore dell'Istituto di Coltivazione Arboree, ha dedicato ’a vita sua a studià ’e piante, ’e frutte, e a migliorà ’e tecniche agricole. Pensate: un intero salone della Reggia di Portici è stato decorato per sua volontà con tavole pittoriche raffiguranti il patrimonio frutticolo campano. Un’eredità preziosa, che ancora oggi possiamo ammirare. Ma chi era veramente Domenico Casella? Preparatevi a scoprire la storia di un uomo che ha saputo coltivare la terra con la stessa passione con cui ha coltivato il sapere.
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Vi siete mai chiesti chi ha davvero plasmato il carattere del celebre “Re Lazzarone”, Ferdinando IV? Dietro la sua educazione, tutta caccia e feste, c’era un’eminenza grigia della corte: Domenico Cattaneo, Principe di Sannicandro. Un aristocratico dal potere smisurato, Grande di Spagna e braccio destro di Re Carlo, custode delle tradizioni più antiche. Ma era solo un rigido conservatore o anche un uomo di grande cultura, amico dei più grandi artisti come il Solimena? Vi portiamo alla scoperta di una figura chiave del Settecento napoletano, un uomo che ha tenuto in mano le sorti del Regno, bilanciando politica, intrighi di corte e un amore sconfinato per l’arte. Siete pronti a conoscere il vero Principe che si nascondeva all’ombra del Vesuvio? Venite con noi, ’na storia che pare nu romanzo!
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C'è ’na Portici di splendore, quella d'‘o Rre e d'‘a Reggia, e poi c'è ’na Portici di passione e sacrificio. Oggi vi racconto questa. È ’na storia che fa male, ma che ci rende orgogliosi. È la storia di Domenico e Antonio Piatti. Venivano da lontano, da Trieste, nel 1788. Domenico non era uno qualunque: banchiere, industriale, e massone. Scappò dalle persecuzioni imperiali e scelse Portici come 'a casa nova. Qui aprì ’na grande fabbrica di seta alla Bagnara, dando lavoro e prestigio. 'O rispettavano tutti, tanto da eleggerlo "console dell'arte della seta". Ma nel 1799, 'o core parlò. Arrivò 'a Repubblica Napoletana, 'o sogno di libertà. Domenico e 'o figlio Antonio, giovane e pieno di ideali, non si tirarono indietro. Ma il sogno durò poco. Col ritorno dei Borbone, la vendetta fu spietata. Padre e figlio, uniti nell'ideale, furono uniti pure nel martirio: impiccati a Piazza Mercato lo stesso giorno, il 20 agosto 1799. ’Na tragedia che ha segnato la nostra terra.
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La nostra città è stata il salotto dei Re, ma pure ’nu rifugio ppe l’anema. E oggi vi racconto la storia di uno che, tra ’o lusso e ’a fede, ha scelto la seconda, ma senza mai scordarsi di noi. Parliamo di Domenico Francesco Gaetano Zelo. Immaginate: nasce a Napoli nel 1803, figlio di un Barone, uno che gestiva ’e finanze del Re. Insomma, teneva ’o munno ’n mano! Poteva darsi alla bella vita tra palazzi e feste. E invece? Colpo di scena: molla tutto e si fa prete. Un gesuita. Ma il bello, per noi porticesi, deve ancora venire. Perché Zelo, diventato un pezzo grosso della Chiesa, aveva un legame speciale con la nostra terra. Sapete chi venne a trovarlo personalmente nella sua villa di campagna al Bosco? Il Papa! Proprio Pio IX, in visita privata. E fu qui, 'sott' 'o Vesuvio', che scelse di tornare per respirare l'aria bona prima di morire. Volete sapere tutto? Teniteve forte.
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La nostra terra nun è fatta solo ’e Regge e di mare. È fatta pure ’e sapori, ’e profumi, e di gente che ha saputo raccontare ’sti sapori al mondo intero. E se parliamo di chi ha saputo trasformare ’a cucina e ’o vino nostro in poesia, dobbiamo solo toglierci il cappello davanti a lui: Domenico Manzon. Forse ’o nomme nun ve dice tutto subito, ma stateve accuorti: quest’uomo è stato il "Papa" del giornalismo enogastronomico in Campania. Un figlio di Portici che, con la penna in mano, ha fatto sedere ’a tavola tutta l’Italia, raccontando ’o meglio d’‘a terra nostra. ’Nu vero signore, ’nu "giornalista galantuomo" che invece di parlare di politica e fatti di cronaca, ha preferito raccontare la felicità che sta dentro a ’nu bicchiere di vino buono e a ’nu piatto fatto "comme ’a ’na vota". E la storia sua, partita proprio da casa nostra, merita di essere raccontata.e.
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A Portici c’è ’na collina, Bellavista, che guarda ’o mare e pare ’nu presepe. Ma lo sapevate che uno dei suoi gioielli, ’a Chiesa del Sacro Cuore, è ’o sogno ’e nu solo uomo? Parliamo di don Domenico Marchiorre, un figlio di Portici nato nel 1863. ’Nu prete, certo, ma non uno qualunque. Era un uomo che teneva "l'anima di sacerdote e d'artista". Aveva ’na visione: costruire un tempio maestoso là dove c’era quasi solo campagna. E l’ha fatto, pietra su pietra, tra mille sacrifici, a lato del suo stesso villino! E non è finita: quest'uomo, preoccupato ppe ’a salute d’‘a gente, si inventò pure l'acquasantiera "igienica"! Un prete, un costruttore, un inventore... ’na vera forza d’‘a natura. Ma come ha fatto ’stu prete-artista a cambiare ’o volto di un intero quartiere? Siete pronti a scoprire la storia ’e don Domenico, l'uomo che ha costruito ’o core di Bellavista?
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Portici è ’na città che non ti aspetti: non solo re e regine, ma anche monsignori con il ‘cuore ribelle’! Lo sapevi che un canonico, Monsignor Domenico Rapolla, nobile di Venosa e cameriere d’onore di Papa Gregorio XVI, fu costretto a emigrare in Piemonte per i suoi “sentimenti liberali”? Tornato a casa, scelse Portici non per caso, ma per costruire la sua magnifica villa nel 1868, proprio sulla Via dell’Epitaffio (oggi Gianturco). E indovinate chi la progettò? Gaetano Fazzini, l’architetto del famoso Osservatorio Vesuviano! Rapolla non è solo un nome su una lapide; è la storia di un uomo che, dopo le persecuzioni, trovò il suo rifugio di bellezza e pace proprio qui. Morì e riposa nel nostro cimitero, un pezzo di storia lucana con l’anima partenopea. Ti va di scoprire la villa, le storie di un prete ‘liberale’ e il suo legame indissolubile con la nostra Portici? ’A verità è che ’e storie cchiù belle sono quelle che si nascondono dietro l’angolo!
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Portici, ’a città d’‘a Reggia e d’‘o Vesuvio, non è solo bellezza antica, ma anche spirito imprenditoriale! Domenico Rolando, nato a Torino il 24 marzo 1811, non ha ereditato nulla qui, ma ha costruito tutto. Fu lui, il figlio di Giuseppe Maria Luca Rolando e Giovanna Maria Plissiè, a lasciare il Piemonte per mettere le radici nel nostro Sud. Ma l’atto più bello fu quello di sposare la nostra concittadina, Maria Cepollaro, legando il suo sangue – e il suo destino – per sempre alla nostra terra. Il loro primogenito, Luigi, nacque proprio a Portici, in Vico Spicoli. Rolando non ha costruito ville borboniche, ma ha edificato un’eredità di lavoro che ha dato prosperità alla città. Ti va di scoprire come un "forestiero" è diventato un pilastro dell’industria e del tessuto sociale di Portici, dimostrando che ’o vero successo è mettere le radici dove c’è ’o core!
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Portici è anche la storia di una nobiltà che, invece di badare solo a feste e titoli, ha scelto la devozione e l'apostolato! Lo sapevi che il Barone Domenico Gennaro Antonio Zelo, nato a Napoli il 5 luglio 1871, era un nobile di rango – figlio di Giuseppe Maria Alfonso Zelo e della baronessa Maria Costanza Buoninconti – che scelse il celibato per dedicarsi totalmente ai poveri e alla fede? Con lui si estinse il ramo napoletano della sua nobile famiglia, ma la sua eredità spirituale è rimasta qui. Pensate: è grazie al suo "continuo e costante elemosinare" che la Chiesa dell'Addolorata di Portici fu ampliata e decorata! Non c'è ricchezza più grande di quella che si dona al prossimo. Ti va di scoprire la storia di questo barone dal cuore d'oro, che ha onorato la nostra città con la sua fede e la sua carità? ’O vero nobile è chi serve, e comme no!
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Portici ha dato i natali a un personaggio che, dietro le quinte del Regno, ha mosso i fili dell'amministrazione! Lo sapevi che Edoardo Winspeare, nato qui il 31 marzo 1789, era un membro illustre dell’antica famiglia anglo-napoletana, figlio di Antonio Winspeare e Giuditta Scillitani? Nonostante la sua carriera fosse stata decisa dal capofamiglia Davide, il 'Gran Barone', che lo volle nell'amministrazione, Edoardo divenne un funzionario borbonico di alto rango, ricoprendo incarichi cruciali da Gallipoli a Salerno. Ma la sua vita non fu solo burocrazia: fu anche un fervente sostenitore dell'unificazione, partecipando ai moti antiborbonici del '48! Una vita lunga quasi un secolo, iniziata sotto i Borbone a Portici e conclusa nel Regno d'Italia. Ti va di scoprire il percorso di questo nostro concittadino, che ha vissuto tre regni e ha lasciato un segno di onestà e impegno civico? ’O vero nobile è chi serve bene 'o suo Paese, e chi s’‘o scorda!
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Portici non è solo la patria della canzone napoletana più scanzonata, ma è stata anche la culla di un vero e proprio rivoluzionario della musica sacra! Lo sapevi che Don Eduardo Bottigliero, nato qui l'8 aprile 1864, era un sacerdote, musicista e il primo assertore nell’Italia Meridionale della Riforma Ceciliana? No, non è una marca di caffè, è un movimento che voleva riportare la vera spiritualità nella musica da chiesa, levandole quel "pessimo e correttissimo gusto musicale del popolo"! Bottigliero ha studiato con i grandi maestri, si è diplomato in organo e composizione, e ha fondato scuole corali a Napoli. Ha onorato Portici con la sua intelligenza e il suo zelo, dimostrando che qui non nascono solo artisti di piazza, ma anche uomini di profonda cultura e rigore. Ti va di scoprire come questo nostro concittadino ha cambiato il suono delle nostre chiese? ’A musica è ’na preghiera che s'ascolta, e comme no!
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C’è chi dipinge il mare, e chi dipinge la luce che brilla sull'acqua. Eduardo Dalbono (1841-1915) faceva parte della seconda categoria, ma era pure meglio: lui dipingeva l'oro! ’O sole ’e Napule! Nato a Napoli, Dalbono non è stato solo un pittore, è stato un poeta del verismo. Lo sapevi che è stato uno dei fondatori della "Scuola di Resina", conosciuta anche come la "Repubblica di Portici"? Proprio così! Negli anni '60 dell'Ottocento, qui al Granatello, lui e altri geni come De Nittis si riunivano per dipingere all'aperto, guardando ’o vero (il vero), stanchi dei vecchi studi bui. Dalbono è l'uomo che ha catturato l'anima del nostro Golfo, specialmente nella sua opera magna, "La leggenda delle Sirene". Ti va di scoprire la storia di un artista che ha reso immortale la luce di casa nostra, fondando una repubblica di artisti proprio sott’‘o Vesuvio? Preparati, perché questa è pittura che te fa sentì ’o calore!
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Nel cuore pulsante di Portici, dove il Vesuvio sussurra antichi segreti e le pietre della Reggia custodiscono memorie regali, visse un uomo che incarnò il mistero stesso di questa terra: Eduardo Petriccione. Figlio di stirpe borbonica, erede di una tradizione millenaria, custode degli ultimi segreti dell'arte ermetica napoletana — Eduardo non fu semplicemente un personaggio del suo tempo, ma il ponte vivente tra l'antica saggezza e il mondo moderno.
Conosciuto nel mondo esoterico con il nome di Geber, come l'illustre alchimista arabo che secoli prima aveva illuminato le vie della trasformazione, Eduardo Petriccione rappresentò l'ultimo anello di una catena iniziatica che dal Principe di Sansevero arrivò fino al cuore del XX secolo
Una biografia che è insieme storia locale e universal, cronaca familiare e leggenda esoterica, racconto di Portici e viaggio nell'anima del Mediterraneo magico..
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Questa è la storia di Eduardo Venditti, il maestro elementare che da Portici ha contribuito a scrivere le pagine più importanti del socialismo campano. Amico e mentore di Amadeo Bordiga, fondatore del giornale "Il lavoro", primo socialista eletto nel consiglio comunale porticese, autore della prima "Storia di Portici illustrata".
Un uomo che ha saputo unire l'amore per la propria terra vesuviana alla lotta per la giustizia sociale, dimostrando che dalle radici più profonde possono nascere gli ideali più alti.
La sua eredità vive ancora oggi in Via Eduardo Venditti, al Granatello, dove ogni pietra racconta la storia di un porticese che non ha mai dimenticato da dove veniva e per cosa valeva la pena lottare.
"Soltanto l'organizzazione affiancata alla propaganda semplice ma continua può dare i frutti sperati" Eduardo Venditti, 1898
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Portici, 1833. Nelle sontuose ville del Miglio d'Oro, tra fasti borbonici e tesori archeologici appena risorti dalla cenere del Vesuvio, nasce una bambina che diventerà quello che il suo tempo non voleva: una scienziata.
Elena Beatrice Giglioli trasformò il suo giardino in un laboratorio segreto. Corrispondeva con naturalisti di tutta Europa sotto falso nome. Pubblicava articoli scientifici in forma anonima. Frequentava i salotti intellettuali di Napoli quando alle donne si chiedeva solo di tacere ed essere belle.
In un'epoca che voleva le donne ornamentali, lei coltivò piante rare e idee ancora più rare.
Visse nascosta tra le ville vesuviane, studiando nell'ombra mentre assisteva alla caduta dei Borbone, all'Unità d'Italia, alla trasformazione di Portici da residenza reale a sobborgo industriale. Morì nel 1892 portandosi dietro segreti che nessuno ha mai raccontato.
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Negli anni in cui alle donne si chiedeva solo di tacere, lei alzò la voce. Quando la politica era affare esclusivo degli uomini, lei conquistò un seggio al Consiglio comunale e poi alla Provincia con 17.000 voti. Mentre il Sud soffocava sotto il peso di mille problemi, lei fondò l'UDI di Portici perché aveva capito una cosa semplice ma rivoluzionaria: senza le donne, non si vince nessuna battaglia.
Liceo classico, Facoltà di Agraria, matrimonio con un compagno di lotta. E poi una vita intera dedicata ai diritti, alla giustizia, alla dignità delle donne. Consigliera comunale nel 1970, consigliera provinciale nel 1975, fondatrice dell'Unione Donne Italiane nel 1972. Una delle prime donne a entrare nelle istituzioni quando il Sud era ancora profondamente patriarcale.
Ha perso sua figlia Antonella nel 2000, ma quel dolore immenso non l'ha fermata. L'ha resa più forte, più determinata a continuare la battaglia.
Oggi la "Casa delle Donne – Donna Elvira" accoglie le vittime di violenza a Portici. Un bene confiscato alla camorra trasformato in rifugio di speranza. Proprio come avrebbe voluto lei.
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Emanuele De Cillis non fu solo un agronomo. Fu il pioniere dell'aridocoltura, lo scienziato che dimostrò come il Sud non dovesse copiare il Nord ma sviluppare tecniche proprie. Fu il meridionalista che portò la questione del Mezzogiorno agricolo al centro del dibattito nazionale. Fu l'autore di "I Grani d'Italia" (1927), la prima mappatura scientifica di tutte le varietà italiane di frumento.
In Sicilia fondò istituti agrari. In Libia organizzò i servizi agricoli della colonia. A Cerignola e Benevento creò campi sperimentali leggendari. Ma soprattutto, per quasi mezzo secolo insegnò a Portici, formando generazioni di agronomi che cambiarono il volto dell'agricoltura meridionale.
Professore ordinario, direttore dell'Istituto Superiore Agrario, primo preside della Facoltà di Agraria dell'Università di Napoli, senatore del Regno. Oltre 160 pubblicazioni scientifiche. Una vita intera dedicata alla scienza e al riscatto del Sud attraverso la conoscenza.
Ma anche un uomo del suo tempo, con le sue contraddizioni: sostenitore della Battaglia del Grano fascista, membro del Comitato permanente voluto da Mussolini, decaduto dalla carica di senatore nel 1944
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Da Avigliano a Montecitorio, da studente prodigioso a ministro del Regno: la straordinaria storia di un uomo che unì il genio giuridico alla coscienza sociale.
Nato povero in Basilicata nel 1857, Emanuele Gianturco conquistò due lauree in una sola settimana, fondò la scuola di diritto più prestigiosa di Napoli e divenne uno dei più importanti riformatori dell'Italia unita.
Sette legislature consecutive a Montecitorio, sei incarichi ministeriali, una visione rivoluzionaria del diritto civile capace di servire le classi subalterne: Gianturco non fu solo un tecnico della legge, ma un visionario che credeva fermamente in una giustizia più umana.
Eppure, pur potendo scegliere di vivere ovunque, scelse Portici – questo meraviglioso angolo di Campania ai piedi del Vesuvio – come sua casa, dove sposò Remigia Guariglia e lasciò un segno indelebile nella memoria della città.
Una vita straordinariamente piena, raccontata con passione e precisione storica.
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Da Roma a Portici, dalle cellule comuniste al comando delle brigate partigiane: la straordinaria storia di un intellettuale che pagò con il carcere e l'esilio la sua lotta per la libertà. Nato nel 1907 in una famiglia ebrea romana colta e antifascista, Emilio Sereni sceglie Portici nel 1923 per studiare agronomia – non per una carriera tranquilla, ma per portare il suo sapere in Palestina, per trasformare il mondo.
Ma il destino lo travolge diversamente. Nel 1930, a soli ventitré anni, viene arrestato per aver organizzato la resistenza comunista nel Granatello. Quindici anni di carcere: Poggioreale, Regina Coeli, il braccio della morte alle Nuove di Torino. Durante la prigionia non smette di studiare – impara perfino il giapponese.
Liberato nel 1935, espatria clandestinamente in Francia. Diventa redattore capo di "Stato operaio", organizza la propaganda fra gli emigrati, commissario politico dei Franc tireurs et partisans nelle Alpi Marittime. Viene catturato di nuovo, condannato a 28 anni. Ma la Resistenza lo libera. Nel 1945 è fra i dirigenti dell'insurrezione al Nord. Costituente, ministro per due volte, senatore, deputato – l'uomo che il fascismo voleva spezzare diventa uno dei fondatori della Repubblica.
Eppure rimane sempre agronomo, sempre storico. Scrive sulla questione meridionale, sulla storia dell'agricoltura, sulla rivoluzione italiana. Ritorna a Portici nel 1952 per commemorare sua moglie Xenia, la compagna di lotta che lo accompagnò nella lotta.
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Spesso la storia cambia non per grandi strategie, ma per un capriccio, o meglio, per un colpo di fortuna sfacciato. Immaginate Portici prima che diventasse la “Città Reale” dei Borbone: una distesa di verde, scogli e mare selvaggio. Qui, nel 1711, arriva lui: Emmanuel Maurice de Lorraine, un principe francese stanco delle guerre, che cerca solo un paradiso dove riposare le ossa.
Decide di farsi costruire una villa sfarzosa al Granatello, ma ha un problema pratico: gli serve l'acqua. Ordina ai contadini di scavare un pozzo a Resina, profondo, buio. Ma 'o destino, si sa, ha un senso dell'umorismo tutto suo. Al posto dell'acqua, dal sottosuolo non risale fango, ma marmi preziosi, colonne di alabastro e statue di una bellezza sconvolgente.
Senza saperlo, il Principe aveva appena “bussato” alla porta del Teatro Antico di Ercolano, rimasto addormentato sotto la lava dal 79 d.C.! Ma chi era davvero questo nobile avventuriero? Un precursore dell'archeologia che ha regalato al mondo una meraviglia, o un astuto predatore di tesori che voleva solo arredare il suo salotto a spese della storia?
Mettetevi comodi, perché stiamo per raccontarvi come un semplice buco nel terreno ha trasformato Portici nel centro culturale d'Europa. Pronti a scendere nel pozzo delle meraviglie?
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L'11 settembre 1851, in una famiglia dell'alta borghesia vesuviana, nasce un bambino destinato a diventare uno dei più importanti statisti del Regno d'Italia. Enrico Arlotta cresce all'ombra della Reggia di Portici e del Vesuvio, studia giurisprudenza, impara l'arte del commercio e della finanza. Ma il suo destino è altrove: nella politica, nel servizio alla Patria, nella costruzione dell'Italia moderna.
Quando nel 1884 il colera devasta Napoli, è lui, giovane assessore ai Lavori Pubblici, a collaborare con passione al grande piano di Risanamento che trasformerà per sempre la città. Direttore del Banco di Napoli, deputato per ventidue anni, vicepresidente della Camera dei Deputati, tre volte ministro del Regno durante la Grande Guerra, infine senatore a Palazzo Madama: una carriera straordinaria costruita con competenza, onestà e dedizione al bene comune.
La storia di Enrico Arlotta è la dimostrazione che anche da un piccolo paese vesuviano si può arrivare ai vertici della Patria, che la politica può essere servizio e non solo interesse, che Portici ha dato all'Italia uomini capaci di fare la differenza.
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Medico, politico, senatore. Ma soprattutto: uomo.
Enrico Pelella ha incarnato 'na sinistra seria e rigorosa, quella che studiava 'e problemi con 'a precisione d''o scienziato e 'a passione d''o militante. Laureato in medicina e chimica, portò negli ospedali 'a cura e a Palazzo Madama 'a voce 'e chi nun ce l'aveva.
Tre legislature al Senato della Repubblica (1992-2001), sempre in prima linea: contro 'o caporalato, contro 'a mafia, pe' 'e diritti d''e persone con disabilità. Nun cercava 'e poltrone commode - andava addò c'era bisogno 'e combattere 'e ingiustizie.
Da Portici a Roma, da 'o Partito Comunista ai Democratici di Sinistra, Pelella ha dimostrato ca 'a politica po' essere servizio, competenza, dedizione. 'Nu dottore che curava nun sulo 'e corpi, ma tutta 'a società.
'A storia 'e 'nu porticese che ha fatto onore a 'sta terra.
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Enzo Decaro, all’anagrafe Vincenzo Purcaro Decaro, è nato a Portici il 24 marzo 1958. Dopo la laurea in Lettere all’Università di Napoli ha iniziato a fare teatro insieme agli amici Massimo Troisi e Lello Arena con i quali ha fondato il gruppo "Rh-Negativo" poi rinominato "La Smorfia". L’esordio televisivo arriva nel 1977 con lo show di RaiUno Non Stop (Maschera D’Argento), seguito da La sberla (1978), Luna Park (1979) Effetto smorfia (1980), Bum Bum all'italiana (1982) e Come quando fuori piove (1984).
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Ermenegildo Tremblay ha dedicato la vita a creature invisibili: insetti minuscoli, batteri simbionti, universi microscopici che solo lui sapeva decifrare. Dalla Reggia di Portici, ha reso la sua città famosa nel mondo della scienza internazionale.
Nel 2002, la comunità scientifica gli ha tributato l'omaggio più alto: un batterio porta per sempre il suo nome, "Candidatus Tremblaya". Ma Gildo - come lo chiamavano con affetto - è stato soprattutto un maestro di rara mitezza, che ha saputo coniugare rigore scientifico e umanità.
Un napoletano che ha studiato l'infinitamente piccolo per insegnarci l'infinitamente grande.
Un gigante della scienza che ha scelto Portici come casa del sapere.
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Trecento incontri. Quattordici volte in maglia azzurra. Due titoli di Campione d'Italia.
Romano di nascita, porticese nel cuore. "Ernestone" aveva pugni come magli e un sinistro che faceva tremare i ring di tutta Italia. Dalla S.S. Portici ai campionati nazionali, dalla Nazionale italiana alle sfide internazionali, ha scritto pagine indimenticabili della boxe italiana tra gli anni '20 e '40.
Mediomassimo leggendario, è stato inserito tra i primi cinque della sua categoria di tutti i tempi. Ha vissuto la gloria e il dolore, i trionfi e le cadute, i ritorni impossibili e gli addii definitivi. Sul ring come nella vita: con coraggio, passione e dignità.
Un campione che ha portato il nome di Portici sui ring nazionali e internazionali.
Un uomo che ha trasformato Croce del Lagno nella sua casa e la noble art nella sua missione.
