Oggi vi racconto la storia di un uomo che, permettetemi il termine, teneva la schiena dritta. Un calabrese tosto, forgiato da un sole che non perdona e da una terra che insegna il valore della parola data. Un gigante che, dalla sua Cutro, arrivò a Roma per servire lo Stato, e lo fece con un rigore e un coraggio che oggi, a pensarci bene, ci farebbero quasi commuovere. Vi parlo di Diego Antonio Tajani: magistrato, ministro, senatore. Un nome che forse ai più giovani dice poco, ma che rappresenta il meglio di quel Sud che, quando decide di fare sul serio, non ha rivali. La sua è una storia che attraversa quasi un secolo, dal Regno delle Due Sicilie fino alle porte del fascismo. Una vita spesa per la legge, con un’ossessione: la giustizia. E quando dico giustizia, intendo quella vera, senza sconti per nessuno. Nemmeno per la Camorra. E scusate se è poco.
Le Radici e la Formazione: Precisione Storica
La nostra storia, come detto, inizia a Cutro l’8 giugno 1827. E qui la prima, doverosa precisazione: il nostro Diego Antonio era figlio di Giuseppe Tajani e Teresina Fattizza, esponenti di quella borghesia illuminata che vedeva nel sapere l’unica vera arma di riscatto. L’ambiente è quello, vibrante di idee liberali, ma i pilastri della sua vita sono Giuseppe e Teresina.
Completati gli studi a Catanzaro, approda a Napoli, cuore pulsante del Regno. Qui, si immerge nello studio del diritto, ma la storia, si sa, non aspetta i comodi degli studenti. Si laurea con lode nel 1850, in un’atmosfera ormai cupa, segnata dal fallimento dei moti del ’48 e dalla dura repressione borbonica. Il giovane Tajani, già allora, aveva scelto da che parte stare.
Dalla Toga all'Esilio: Il Coraggio che Costa Caro
Entrato in magistratura, il suo percorso non fu segnato da un’epurazione immediata nel ’49, come a volte si narra, ma da un atto di coraggio ancora più grande, che gli costò tutto. La vera svolta avviene nel 1857. Ricordate la sfortunata spedizione di Sapri di Carlo Pisacane? Quei patrioti, sconfitti e catturati, furono sottoposti a processi farsa. Tajani, all’epoca giovane magistrato a Salerno, ebbe l’incarico di sostenere l’accusa. Ma il suo cuore e la sua coscienza si ribellarono. Invece di essere un mastino del Re, si comportò da giurista, evidenziando l’inconsistenza delle accuse e cercando di salvare quegli uomini.
Questo atto di sublime insubordinazione gli fu fatale. Il governo borbonico non glielo perdonò e nel 1858 lo condannò all’esilio in Piemonte. Altro che ritiro a Vietri sul Mare! Fu un vero e proprio espatrio forzato, una punizione esemplare. Ma fu proprio in Piemonte, a Torino, che Tajani entrò in contatto con il cuore del movimento risorgimentale. E quando, nel 1859, scoppiò la Seconda Guerra d’Indipendenza, non ci pensò due volte: si arruolò come soldato semplice volontario. Un magistrato che imbraccia il fucile per l’Italia! Il suo valore fu tale che passò in breve tempo da semplice fante al grado di uditore militare, praticamente un colonnello della giustizia militare. Che carattere, uagliù!
Il Ritorno a Napoli: L'Uomo di Garibaldi e della Legge
Con l’arrivo di Garibaldi a Napoli nel 1860, Tajani torna finalmente a casa, da vincitore. L’Eroe dei Due Mondi, riconoscendone il valore e l’integrità, lo nomina Prefetto di Polizia di Napoli. Un incarico delicatissimo in una città nel caos. Ma Tajani, uomo di legge fino al midollo, si dimette quasi subito, in disaccordo con alcune misure troppo sommarie del governo provvisorio. Non era un uomo da compromessi.
Tuttavia, la sua missione più grande a Napoli era un’altra. Nel 1861, insieme a un altro gigante, Silvio Spaventa, si lancia in una lotta senza quartiere contro la Camorra. Quello fu il primo, vero attacco frontale dello Stato unitario alla criminalità organizzata. Tajani e Spaventa sciolsero il corpo della Guardia Cittadina, pesantemente infiltrato, e decapitarono le principali cosche. Una battaglia durissima, vinta sul campo.
Al Servizio dello Stato: Il Magistrato che non si Piega
La sua carriera nella magistratura del nuovo Regno d’Italia è fulminea e specchiata. Viene nominato Procuratore Generale in alcune delle sedi più difficili del paese, ristabilendo ovunque l’ordine e il primato della legge: ad Ancona (1865), nella sua Catanzaro (1866-1868) e infine a Palermo (dal 1868).
In Sicilia, Tajani fu uno dei primi, se non il primo in assoluto, a denunciare con lucidità spietata le collusioni tra mafia e politica. Nei suoi rapporti ufficiali parlò senza peli sulla lingua di coperture istituzionali, di complicità e di quel patto scellerato che avvelenava l'isola. Parole che, a rileggerle oggi, fanno venire i brividi per la loro attualità. Nel 1872 arriva la consacrazione definitiva con la nomina a Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli.
L'Avvocato dei Princìpi e il Deputato dei Cittadini
E qui la storia si fa ancora più interessante. Tajani non fu solo un magistrato inflessibile. Fu anche un grandissimo avvocato penalista. E che avvocato! Difese imputati eccellenti e cause disperate, sempre guidato da un principio: il diritto alla difesa è sacro. Difese Garibaldi, Francesco Crispi, l’editore Edoardo Sonzogno.
Ma la sua difesa più celebre e coraggiosa fu quella dell’anarchico Giovanni Passanante, l’uomo che nel 1878 aveva tentato di assassinare Re Umberto I. In un clima di odio e di caccia all’uomo, Tajani accettò di difenderlo, non per giustificare il gesto, ma per garantire un processo giusto a un uomo che tutti volevano già morto. Un atto di coraggio civile immenso.
Parallelamente, la sua carriera politica decolla. Viene eletto deputato per la prima volta nel 1874 (non nel 1867) e siederà in Parlamento per ben sette legislature, fino al 1895, sempre tra i banchi della Sinistra Storica.
Ministro Guardasigilli: Due Mandati, una Sola Missione
Come Ministro di Grazia e Giustizia, Tajani servì il Paese in due distinti mandati. Il primo, dal 1878 al 1879, fu breve ma intenso. È in questo periodo che emana la sua famosa circolare contro la Camorra, un atto d’accusa durissimo che, come abbiamo visto, gli creò non pochi nemici.
Ma fu nel suo secondo, più lungo mandato, dal 1885 al 1887, che poté lasciare un segno più profondo, avviando importanti riforme dell’ordinamento giudiziario e lavorando all’unificazione legislativa del Paese.
Gli Ultimi Incarichi e il Legame con Portici
La sua immensa statura morale e la sua esperienza lo rendevano l'uomo delle missioni impossibili. Nel 1896, infatti, durante una grave crisi amministrativa che aveva travolto il Comune di Napoli, il governo lo nomina Commissario Straordinario della città. Un incarico di enorme prestigio e responsabilità, che accetta per puro spirito di servizio.
Il 25 gennaio 1896, Re Umberto I lo nomina Senatore del Regno, il più alto riconoscimento per una vita dedicata alle istituzioni. E qui, finalmente, arriviamo a noi, a Portici.
Proprio in quegli anni, a cavallo tra Ottocento e Novecento, il Senatore Diego Antonio Tajani scelse la nostra città come suo "buen retiro". Aveva una splendida villa dove amava trascorrere lunghi periodi, soprattutto d’estate. Fonti dell'epoca raccontano dei "deliziosi ricevimenti" che teneva nel suo giardino porticese, dove invitava le più brillanti menti dell’epoca, tra politici, artisti e intellettuali. Immaginatevelo, questo gigante della legge, ormai anziano ma sempre lucidissimo, che passeggia all’ombra dei nostri pini marittimi, guardando il Golfo, dopo una vita di battaglie. Portici era la sua oasi di pace, il luogo dove ricaricare lo spirito. Ecco perché la sua storia è anche un po’ la nostra.
Si spense a Roma il 2 febbraio 1921, quasi a 94 anni.
La sua eredità, cari amici, è quella di un uomo che ci ha insegnato cosa significhi avere la schiena dritta. Un calabrese che divenne piemontese per necessità, napoletano per scelta e italiano per vocazione. Un uomo che trovò nella nostra Portici la bellezza e la pace. La sua è una storia che non va dimenticata, perché è la storia del Sud migliore, quello che non si arrende mai e che sa servire lo Stato con onore. E questo, permettetemelo, è ‘nu grande motivo d’orgoglio.
