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Bruno Ferraro è nato a Portici, il 25 settembre 1925, da Vincenzo Ferraro e da Antonietta D’Amore.
Completati gli studi superiori, seguiti come convittore al Liceo Classico Vittorio Emanuele di Napoli, si è iscritto alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Napoli.
Costretto a lasciare l’ateneo partenopeo alla vigilia della laurea, nel 1951 si è laureato all’Università di Roma La Sapienza.
Dedicatosi all’esercizio della professione medica, è diventato medico di base e direttore sanitario del Polambulatorio dell’Azienda Tranvie Autofilovie Napoli (ATAN) di San Giovanni a Teduccio.
In gioventù, attratto dalla politica, ha militato nell’Unione Monarchica Italiana (UMI). Successivamente, continuando nell’impegno politico, è stato tra le fila della Democrazia Cristiana.
Candidato alle elezioni amministrative, dal 1963 al 1971, più volte eletto, ha occupato un seggio in Consiglio comunale. Eletto sindaco, per due mandati, dal 1963 al 1965 e dal 1970 al 1971, ha retto l’amministrazione civica di Portici.
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Bruno Galbiati è nato a Portici, il mercoledì 27 settembre del 1939.
È stato allievo dello scultore fiorentino Lelio Gelli (1902 – 1975), sotto la guida del quale si è diplomato in scultura presso il Magistero d’Arte di Napoli nel 1958.
Dal 1960, anno del suo esordio, ha preso parte attivamente alla vita dell’arte visiva in campo nazionale e internazionale.
Dall’anno 1967 al 1974, a Portici, ha promosso e diretto «… il Laboratorio didattico di informazione visiva della Galleria Carolina, in un suggestivo scantinato di corso Garibaldi: una delle poche esperienze italiane di autogestione».
Avvicinatosi al mondo della poesia e della prosa, nei primi anni ’60, ha cominciato a scrivere. Le sue opere, seppur «… accolte e commentate favorevolmente da amici e parenti», purtroppo, sono rimaste del tutto inedite.
Nel 1968, «… con Franco Zoleo, Eciancia e Maione», ha fondato il Gruppo Studio Portici, dal quale poi si è distaccato nel 1970.
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Nato all’ombra del Vesuvio, cresciuto con lo sguardo verso l’orizzonte delle idee, Bruno Jossa è uno di quei pensatori che non si sono mai accontentati delle risposte facili. Classe 1935, originario di Portici, ha attraversato oltre mezzo secolo di dibattiti economici con un’idea audace: immaginare un socialismo di mercato basato su cooperative di produzione dove i lavoratori siano anche i protagonisti della gestione.
Professore, scrittore, intellettuale militante, Jossa ha sfidato il pensiero economico dominante proponendo un modello alternativo al capitalismo, capace di conciliare efficienza e giustizia sociale, democrazia e produttività. Un uomo del Sud con lo sguardo globale, che ha portato un pezzo di Portici nei convegni internazionali e nelle biblioteche del mondo.
Scopriamo insieme la sua storia, le sue idee e la forza visionaria di un uomo che ha provato a riscrivere le regole dell’economia… col cuore e con la testa.
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Non tutte le storie hanno clamore, ma alcune — come quella di Brunone De Vito — vibrano ancora nel silenzio delle celle, nel vento che accarezza i chiostri, nella polvere dorata di un tramonto vesuviano. Nato nell’Ottocento a Resina, ma figlio spirituale del Granatello di Portici, Brunone fu uno di quei giovani che scelsero la povertà francescana quando tutto attorno sussurrava cambiamento.
Entrò nell’Ordine degli Alcantarini con fede incrollabile, ma il tempo non fu clemente: leggi, rivoluzioni e nuovi governi sradicarono conventi e vocazioni. Eppure, Brunone rimase. Con o senza saio, la sua vita fu segnata da quella scelta fatta a diciassette anni, quando decise che Dio era più grande del mondo. La sua storia è quella di chi ha creduto, perduto, e continuato a camminare nel silenzio.
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Nel cuore di un Seicento tormentato, tra fuochi che scendevano dal Vesuvio e malattie che strisciavano silenziose tra le case, un uomo si fece guida, rifugio e speranza per una comunità che ancora non sapeva nemmeno di essere tale.
Si chiamava Camillo Bosso, nato nella vicina Resina, e fu il primo parroco della Portici autonoma. Scelto dal popolo e consacrato dalla Chiesa, visse il suo ministero tra macerie e miracoli quotidiani.
Per ventisette anni fu presenza silenziosa ma instancabile: portò l’Eucarestia tra le rovine, seppellì i morti, consolò i vivi, benedì chi nasceva e chi moriva. Con prudenza, zelo e carità trasformò una terra segnata dalla paura in un luogo di fede condivisa, tracciando il solco su cui ancora oggi poggia la vita spirituale della città.
E quando, dopo aver celebrato Messa e guidato la processione, si spense serenamente il 17 gennaio 1655, non morì un parroco: nacque un ricordo indelebile. Un’anima vesuviana, nascosta, che ancora oggi riposa sotto l’altare della chiesa madre, e che continua a benedire — silenzioso e paterno — tutto il popolo di Portici.
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Carlo Acton è nato a Napoli il 25 agosto 1829.
Completati a Napoli gli studi di pianoforte e composizione, è divenuto pianista e compositore.
«… negli anni della sua giovinezza» ha musicato canzoni, canti e melodie, «… poi raccolte e pubblicate nel 1854».
Successivamente ha concepito «composizioni di maggior impegno» producendo brani di «… musica da camera e sacra, romanze e “pezzi” per orchestre a plettro
«… sia l’editore B. Girard che T. Cottrau» hanno pubblicato molte delle melodie napoletane da lui musicate. Fra le più note, citiamo: La serenata, La nnammurata, La panettera, La acquaiola, Lo nnammurato pacenziuso, Lo ciuccio de Cola, La stolarella, Lo sfelenzo»
Le sue opere: «… romanze, Fantasie, Studi, opere didattiche per pianoforte, pezzi per fanciulli, brani per orchestre a plettro e tante altre», sono state «… in larga parte pubblicate anche dall’editore milanese G. Ricordi & C.».
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C'è chi racconta i fatti, e chi sussurra la verità che li attraversa.
Carlo Barbieri fu uno di questi ultimi: giornalista di penna fine, critico d’arte ispirato, spirito elegante che scelse la cultura come mestiere e vocazione. Nato a Napoli nel 1895, ma porticese nell’anima e nella visione, fu per decenni un osservatore attento del mondo che cambiava e un interprete sensibile di tutto ciò che profumava di arte, storia e territorio.
La sua scrittura non era mai superba, ma essenziale; mai urlata, ma chiarissima. Raccontava quadri e artisti, cronache e memorie locali con la stessa grazia con cui si contempla un tramonto sul mare del Granatello.
Nel suo taccuino si univano la bellezza e l’impegno, la riflessione e la comunità, trasformando la parola scritta in uno specchio limpido della coscienza collettiva.
Carlo Barbieri non cercava la gloria: cercava il vero, il bello e l’umano. E in quel silenzio operoso, ha lasciato un’eredità sottile ma duratura, come le pennellate delicate che solo i maestri sanno dare.
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In un tempo in cui il Sud ardeva di ideali e fucilate, tra le officine di Pietrarsa e le polveriere di Gaeta, visse un uomo che non volle piegarsi alla Storia scritta dai vincitori. Carlo Corsi, maggiore d’artiglieria del Regno delle Due Sicilie, combatté con la miccia accesa fino all’ultimo colpo e poi con la penna, per difendere la memoria di un popolo, di un esercito, di un regno dimenticato.
Nato all’ombra del Vesuvio, cresciuto tra i binari della prima ferrovia italiana e le mura severe della Nunziatella, fu soldato, scrittore, giornalista, e soprattutto testimone scomodo. La sua vita è una marcia fiera tra la fedeltà e il disincanto, tra battaglie sul campo e carte bollate nei salotti di una Napoli ferita.
Questa è la storia di un uomo che seppe dire “no” quando tutti dicevano “sì”.
Di un napoletano che difese il Sud non con l’ira, ma con l’onore.
Di un porticese d’adozione che uscì dalla fortezza di Gaeta “con le micce accese”, e che accese una scintilla che ancora oggi brucia, silenziosa, nei cuori di chi non dimentica.
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C’è una villa barocca che si affaccia silenziosa su via Marconi, a Portici. I passanti la guardano senza sapere che lì dentro visse un uomo capace di trasformare un sogno nobiliare in un atto d’amore per una città. Si chiamava Carlo Danza: giurista raffinato, marchese di toga e parola affilata, ma soprattutto patriota vesuviano ante litteram, che fece di Portici la sua battaglia, il suo palcoscenico e il suo rifugio.
In un tempo in cui le ville erano teatri del potere, lui ne fece un’opera d’arte. In un’epoca in cui i nobili si isolavano nei privilegi, lui scese in campo per difendere il popolo e i confini del borgo. E quando la vita finì, dicono che non se ne andò mai del tutto. Perché certi spiriti, quando amano davvero un luogo, restano. Magari tra gli stucchi, magari dietro una finestra socchiusa… o forse proprio accanto a te.
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Avvocato mancato, poeta per destino, commediografo per vocazione.
Carlo de Flaviis è stato una di quelle figure rare che passano in punta di penna ma lasciano il segno nell’anima di una città. Nato a Napoli nel 1885, legato profondamente a Portici, fu direttore delle Poste, ma il suo vero ufficio era il teatro della vita. Scrisse poesie che divennero canzoni di Piedigrotta, firmò articoli per Matilde Serao, compose commedie e racconti che profumavano di Vesuvio e malinconia. Artista e funzionario, intellettuale e popolare, cantò l’amore, l’ironia, la bellezza e il disincanto del Sud, con parole che ancora oggi sembrano scritte sul marciapiede di casa.
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Nel cuore del Risorgimento italiano, due fratelli calabresi scrivono pagine di libertà tra rivoluzioni, ideali e arresti. Carlo e Luigi Giordano non furono solo cospiratori o parlamentari: furono uomini di pensiero e d’azione, capaci di trasformare i salotti borghesi in fucine di futuro. La loro storia, intrecciata a quella di Portici, vive tra le mura di Villa Forino, nei venti del Golfo, sotto lo sguardo antico del Vesuvio.
Questo ritratto immaginario li restituisce a noi come li avrebbe visti il loro tempo: fiere icone di una patria in costruzione, con lo sguardo rivolto all’Italia che stava per nascere.
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Nato all’ombra dell’Illuminismo, cresciuto tra libri e polvere da sparo, Carlo Filangieri fu molto più di un militare: fu un visionario. Le sue campagne militari lo portarono dai campi di battaglia napoleonici alla difesa del Regno delle Due Sicilie, ma la sua eredità più profonda non si misura in vittorie, bensì in idee.
Fondatore, insieme al capitano Corsi, del Regio Opificio di Pietrarsa, trasformò un tratto di costa vesuviana in un baluardo d’industria e progresso. Ministro, riformatore, uomo di Stato, seppe difendere la tradizione senza rinunciare alla modernità.
Portici fu il suo rifugio e la sua vetrina sul futuro. E in ogni treno che partiva da lì, c’era un pezzo del suo sogno: un Sud forte, istruito, autonomo.
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Carlo IV di Spagna, nasce a Portici l'11 novembre 1748. fu Principe delle Asturie dal 1759 e re di Spagna dal 14 dicembre 1788 al 19 marzo 1808 e dal 6 maggio al 6 giugno 1808.
Nato come Carlo Antonio, era il settimo figlio e secondo maschio di Carlo III e di sua moglie Maria Amalia di Sassonia, nacque a Portici mentre il padre era re di Napoli e di Sicilia. Suo fratello maggiore don Filippo, non avrebbe comunque potuto ereditare il trono perché mentalmente ritardato e gravemente epilettico, gli premorì nel 1777.
Nel 1788, alla morte del padre, divenne Re di Spagna.
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Ci sono uomini che navigano il loro tempo come un mare tranquillo, e altri che cavalcano le onde della tempesta, vedendo terre all'orizzonte che gli altri nemmeno immaginano. L'ammiraglio Carlo Mirabello apparteneva a questa seconda, rara categoria. La sua è la storia di un visionario in uniforme, un uomo che ha traghettato la Marina Italiana dall'Ottocento alla modernità, ma è anche la storia, sorprendente e drammatica, di come il suo destino di eroe nazionale si sia incagliato, per un'estate infuocata, tra i viali e le ville della nostra Portici.
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Ci sono uomini la cui vita non è solo una biografia, ma è la pagina di un libro di storia. Uno di questi è Carlo Mirabito, un figlio della nostra Portici, nato suddito di un Re in un Regno che sembrava eterno, quello delle Due Sicilie, e che la Storia, con la sua forza travolgente, ha trasformato in cittadino e ufficiale di un altro Re e di una nuova Nazione: l'Italia.
La sua non è solo la cronaca di una carriera militare, ma il racconto di una scelta, di un'epoca di ferro e di fuoco, e di come un uomo del Sud ha saputo attraversare la tempesta, servendo con onore due bandiere. Mettetevi comodi, perché questa è la sua storia.
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Oggi entriamo nel mondo di un mago, un uomo che con i pennelli sapeva fare poesia. Raccontiamo Carlo Montarsolo: l'artista che ha saputo tenere insieme la disciplina di un manager e l'anima vulcanica della nostra terra. Nato lontano ma cresciuto qui, all'ombra del Vesuvio, ha rubato alla nostra montagna la sua materia potente e al nostro mare i suoi riflessi cangianti.
Partito dai paesaggi del Granatello, ha smontato e rimontato il mondo come solo i giganti, Picasso e Braque, avevano osato fare, ma lo ha fatto alla sua maniera, con un calore e una malinconia tutta mediterranea. Questa non è solo la storia di un pittore. È un viaggio nella mente di un intellettuale rigoroso e di un esploratore instancabile, che nelle sue tele ha saputo mescolare la lava e il cielo, la geometria e l'emozione
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Sacerdote nel cuore e giurista nella mente, Monsignor Carlo Pinto è stato l'architetto di un'opera che a Portici è sinonimo di speranza: l'Istituto Pennese.
Una vita intera dedicata a dare un futuro ai giovani, trasformando la carità in formazione, dignità e bellezza. Questa è la storia di un "costruttore di anime" che, pur non essendo nato a Portici, ne è diventato uno dei padri più amati, lasciando un'eredità che vive nelle aule, nei laboratori e nel cuore della città.
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Immaginate un calcio diverso, fatto di polvere, passione e maglie sudate che valevano più di qualsiasi contratto. In quel mondo, all'ombra del Vesuvio, c'era un uomo che era più di un capitano: era l'anima di Portici in campo. Carlo Rosano, un fisico esile che nascondeva un cuore immenso e una fedeltà ai colori della sua città che oggi sembrerebbe impossibile. La sua leggenda non è scritta negli almanacchi del calcio che conta, ma nel racconto tramandato di un pomeriggio in cui, da avversario, trafisse la rete del suo amato Portici. E pianse.
Quelle lacrime inconsolabili, mormorando "ho segnato contro la squadra del mio cuore", racchiudono la storia di un amore viscerale, di un'appartenenza che andava oltre il professionismo e la vittoria. Questa non è solo la biografia di un atleta straordinario, ma il ritratto di un'epoca e di un uomo che ha insegnato a un'intera comunità che ci sono vittorie dell'anima che nessun risultato potrà mai cancellare.
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Carlo Santagata è nato a Portici, a Villa Meola, il 18 settembre 1927, da Giuseppe Santagata e da Cira Consolente.
Intorno al 1936, ha seguito la famiglia trasferitasi a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, risiedendo in via Torre, l’odierna via Pasquale Fratta.
Nell’antica Capua, completati gli studi elementari, frequenta la scuola media.
Martedì 5 ottobre 1943, le truppe tedesche «… fermatisi qualche giorno a Santa Maria Capua Vetere» si sono avviate a risalire verso Roma, incalzate dagli alleati anglo-americani. Nel tentativo di tagliare loro la via della ritirata, i cittadini sammaritani, con l’appoggio di alcuni militari italiani sbandati, hanno impegnato un furioso combattimento lungo la strada nazionale Appia per Capua.
Il sedicenne porticese Carlo Santagata, un giovane buono e di grande coraggio, ancora studente del Liceo Scientifico di Napoli, prende parte alla lotta di resistenza contro l’esercito nazista.
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Ci sono uomini che non camminano sulla terra: la scolpiscono. A Portici, uno di questi si chiamava Carlo Santini.
Eroe decorato nella Grande Guerra, divenne poi un genio dell'ingegneria nel nostro Istituto Agrario. È stato il nostro «medico della terra»: ha portato la scienza dove c'era solo fatica, ha insegnato alle macchine a parlare il linguaggio dei nostri campi e ha trasformato intere pianure con le sue opere di bonifica.
La sua anima vive ancora nel Museo di Meccanica Agraria a lui intitolato, nel cuore della nostra Reggia.
Questa è la storia di un gigante che ha seminato futuro.
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C'è chi nasce per restare e chi nasce per navigare. Carlo Vergara Caffarelli fu entrambe le cose: un uomo ancorato alla sua terra, Portici, ma con lo sguardo fisso all’orizzonte. Marinaio per vocazione, poeta per necessità dell’anima, visse come un ufficiale, amò come un romantico ottocentesco, scrisse come un innamorato del destino.
Questa biografia non è soltanto il racconto di una carriera militare nella Regia Marina, né soltanto un carteggio d’amore o una raccolta di versi dimenticati: è il ritratto vivido di un gentiluomo d’altri tempi, forgiato tra il Vesuvio e il mare, sospeso tra il dovere e il sentimento. Dalla tragedia familiare che lo portò bambino a rifugiarsi a Villa Luisa, fino ai suoi ultimi giorni trascorsi tra onori, silenzi e memorie, Carlo è stato testimone e protagonista di un’Italia che cercava se stessa. Nel suo nome si intrecciano coraggio, eleganza, malinconia e passione.
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Immaginate la Portici del Settecento: non solo ’nu posto bello, ma il vero palcoscenico del potere del Regno. Tra le carrozze dei nobili e i sussurri della corte, si muoveva un uomo che aveva scalato il mondo con la sola forza del suo ingegno: il Vescovo Carmine Cioffi. Partito da un piccolo paese, era diventato il braccio destro del Cardinale di Napoli e consigliere del Re. E al culmine della sua gloria, dove scelse di vivere? Ma a Portici, ovviamente! In un palazzo da cui ammirava il Golfo, quasi a specchiarsi nel potere del sovrano. Ma a Napoli, si sa, l’aria è bizzarra e la sua stella si spense all’improvviso, travolta da un’accusa terribile del Sant’Uffizio. Fu una congiura di palazzo o un segreto inconfessabile? Che storia nascondono le mura della sua villa? Venite con me, scopriamo la parabola di un uomo salito al cielo e precipitato negli abissi.
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Portici non è solo ’na città sott’‘o Vesuvio: è ’na culla ’e cervelli, un luogo dove la terra e l'ingegno si sono incontrati e hanno dato frutti meravigliosi. Lo sapevate che tra i viali della nostra Reggia, dove oggi si coltiva il futuro dell'agricoltura, ha camminato un uomo che parlava con le piante? O meglio, capiva le loro malattie come nessuno mai.
Parliamo di Carmine Noviello, un nome che forse non a tutti dice qualcosa, ma che nel mondo della scienza brilla come una stella. Non era porticese di nascita, ma lo è diventato nel cuore e nell'anima, legando la sua vita alla nostra Facoltà di Agraria. Un uomo che ha girato il mondo per imparare, e poi è tornato qui, a casa, per insegnare. Siete pronti a scoprire la storia di questo scienziato dal cuore grande, che ha dedicato la sua vita a curare il verde del nostro mondo? Uagliù, mettetevi comodi, che il racconto comincia.
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Ci sono storie a Portici che profumano di nobiltà, di fede e di un coraggio grande come il mare. Quella di Carolina Gaetani dell’Aquila d’Aragona è una di queste. Nata principessa, ma orfana dopo un solo giorno, la sua non è la solita favola. Il destino la porta via dai fasti di Napoli per condurla qui, in una villa sontuosa nata da una scommessa con la vita. A Portici, Carolina non si limita a essere una nobildonna: diventa l'anima di una comunità, un'artista sensibile e una benefattrice la cui generosità è impressa ancora oggi nella pietra di una delle chiese più amate. Ma cosa spinse questa donna, abituata agli agi, a dedicare la sua esistenza agli altri, trasformando le sfortune in un capolavoro di carità? Siete pronti a scoprire la vera storia di una regina senza corona, dal cuore tutto porticese?
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Oggi non vi racconto di un porticese nato e cresciuto all'ombra del Vesuvio, ma di uno di quelli che Portici l'ha scelta, l'ha amata e l'ha fatta grande. Parliamo di Celso Ulpiani, un nome che forse a tanti non dice nulla, ma che dentro le mura della nostra Reggia ha scritto pagine di scienza che ancora oggi fanno scuola. Immaginatevi questo signore, nato nelle Marche, che con la sua intelligenza viva e la sua curiosità per ogni cosa – dalla medicina alla chimica, fino ai poeti latini – arriva qui da noi, nel cuore del Miglio d'Oro. Non era uno qualunque, no: era 'nu cervellone, uno con 'na capa tanta, che guardava la terra non solo con gli occhi dello scienziato, ma con l'anima del poeta. Volete sapere come un medico-chimico marchigiano è diventato una stella della scienza agraria proprio a Portici? Allora continuate a leggere, perché la sua è 'na storia che merita.
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Oggi raccontiamo una storia ‘e curaggio, una ‘e chelle storie che Portici, ‘a perla sott’ ‘o Vesuvio, tene nascosta comme ‘nu tesoro. È la storia di uno dei suoi figli, Ciro Aiello, nato in un giorno di novembre del 1900, quando ‘o cielo era forse già scritto che avrebbe volato. Pensate a nu guaglione cresciuto tra ‘o profumo d’ ‘o mare e l’ombra d’ ‘a muntagna, che invece di restare con i piedi per terra, scelse di conquistare il cielo. E non in un’epoca qualsiasi, ma negli anni difficili della guerra, quando volare significava sfidare la morte ogni giorno. Ciro non era solo un aviatore, era un eroe la cui storia merita di essere raccontata, un pezzo d’ ‘a memoria nostra che non deve andare perduto. Siete pronti a volare con me? Allacciate le cinture, perché stiamo per decollare nella vita di un porticese che ha toccato il cielo con un dito.
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Ciro Siciliano è nato Portici, il venerdì 20 Novembre 1908, da Enrico Siciliano e da Maria Peluso.
In giovane età, arruolatosi nell’Arma dei Carabineri, dopo aver frequentato la scuola per sottufficiali, ha avuto una carriera lineare.
Con il grado di maresciallo, dal settembre 1930, è stato posto al comando della stazione di Forno di Massa, un piccolo paese di cavatori posto ai piedi della catena delle Alpi Apuane, in provincia di Massa Carrara.
Il 9 giugno 1944, ha accolto amichevolmente in caserma un gruppo di ribelli al nazifascismo, guidato da Marcello Marosi, noto con il nome di battaglia di comandante Tito. Alla sparuta formazione, che ha occupato il piccolo paese, in attesa della festa patronale, ha concesso «… la possibilità di installare il comando partigiano» nella locale stazione dei Carabinieri.
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Costantino Dennerlein è nato a Portici il 28 dicembre 1932 da padre tedesco e madre romena, come il fratello Federico, si dedicò al nuoto e alla pallanuoto, prima come atleta, poi come allenatore.
Ha detto di séː «Come nuotatore me la cavavo discretamente ma come pallanuotista ero una mezza patacca. Riuscivo a giocare solo in virtù delle mie doti natatorie, giusto perché sfacchinavo da un capo all'altro del campo senza stancarmi mai». In effetti Dennerlein fu uno dei più forti nuotatori del Circolo Canottieri Napoli della sua epoca, portando il club a vincere il primo titolo societario nelle disciplina natatorie. A Napoli raccolse 10 titoli italiani e stabilì quattro primati nazionali. Fece parte della spedizione italiana ai Giochi olimpici di Helsinki 1952, convocato come sostituto della squadra di nuoto.
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Dario Ciccone è nato a Portici il 9 marzo 1920. Calciatore e allenatore di calcio italiano, ha giocato come difensore.
Iniziò a giocare nelle giovanili dell'A.C. Italia per poi passare a quelle del Napoli e, nel 1937, a quelle del Portici. Nel 1939 venne acquistato dallo Stabia. Il passaggio in giallorosso avvenne nell'estate del 1946 subito dopo la promozione del Lecce in Serie B. In giallorosso giocò quattro stagioni (tre in B e una in C), divenendone anche il capitano, per un totale di 114 presenze e 5 reti. Nel 1950 ritornò allo Stabia dove conquistò la promozione nella serie cadetta. Nel 1952 passò alla Nocerina nel doppio ruolo di giocatore-allenatore.
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La storia che vi racconto oggi è di quelle che riempiono il cuore d'orgoglio. Parla di un uomo nato proprio qui, nella nostra Portici, che con la forza della legge e dell'intelletto ha combattuto una delle battaglie più importanti per la nostra terra. Parlo di Davide Winspeare. Nato a Portici il 23 maggio 1778, questo figlio della nostra terra, allievo nientemeno che del grande Antonio Genovesi, non fu solo un giurista, ma un vero rivoluzionario con la toga. Pensate: a 21 anni già in carcere per le sue idee! Ma non si arrese. Con la sua penna affilata e un coraggio da leone, sfidò i baroni e cambiò il volto del nostro Regno. Siete pronti a scoprire la vera storia di questo gigante, tra prigioni, esilio, amicizie reali e un amore sconfinato per la giustizia e la libertà del popolo? Aggrappatevi forte, perché ora il viaggio si fa ancora più emozionante!
