Nato nel 1840, tra le stradine assolate della Resina borbonica, Brunone De Vito sembrava destinato a una vita semplice, forse nei campi o nel piccolo artigianato. Ma fin da giovane qualcosa lo chiamava a un'altra direzione. A soli 17 anni, lasciò casa e affetti per entrare tra i Frati Minori Alcantarini di San Pietro d’Alcantara, nel convento che sorgeva sul colle del Granatello di Portici, un luogo sospeso tra il mare e il cielo, tra la lava e il silenzio.
Quella fu la prima consacrazione: scelta netta, senza compromessi, nella radicalità francescana più pura.
🔥 Soppressione e resistenza
Ma il vento della Storia, si sa, non guarda in faccia i santi. Nel 1866, con la soppressione degli ordini religiosi voluta dal nuovo Stato unitario, il convento fu espropriato e i frati dispersi. Padre Brunone fu costretto a tornare a casa, ma non rinnegò mai il saio né la sua fede. Anzi, nel tempo in cui tutto sembrava perduto, egli fu chiamato a reggere provvisoriamente la chiesa di San Pasquale Baylon a Resina.
Ogni mattina, all’alba, si rimetteva in cammino: partiva dalla sua Resina per raggiungere la chiesa alcantarina di Portici, dove sedeva per ore al confessionale, dispensando conforto, assolvendo, ascoltando. La sua figura divenne presto una presenza quotidiana, familiare, amata. La gente lo vedeva passare in silenzio, col passo lento ma fermo, e mormorava: “È Padre Brunone… va a confessare.”
🏛️ Il ritorno al convento e la rinascita del Granatello
La tempesta passò. E fu proprio padre Brunone a favorire — con pazienza, discrezione e determinazione — il ritorno della vita religiosa al convento del Granatello, facendovi insediare una nuova famiglia minoritica. Una vera rinascita, che lo vide protagonista non tanto per ambizione, quanto per spirito di servizio.
Eletto Guardiano — il superiore della comunità — fu al tempo stesso padre e fratello, guida e servitore. Per 18 anni resse il convento con disciplina, carità e prestigio, restituendogli il ruolo di faro spirituale nella Portici dell’inizio Novecento.
⛪ Un sacerdote del silenzio e della misericordia
La sua non fu una carriera ecclesiastica “visibile”: non fu oratore brillante, né ricoprì grandi cariche oltre a quelle essenziali. Ma in 68 anni di professione religiosa, scelse la vita nascosta, quella che i mistici chiamano “inter vestiholum et altare”, tra la sacrestia e l’altare, nella penombra dove si plasmano le anime.
Il confessionale fu il suo pulpito, la direzione spirituale la sua arte, la consolazione dei poveri il suo ministero. Intere generazioni trovarono in lui un padre saldo e silenzioso, un confessore instancabile, un cuore aperto.
Anche da anziano, con la salute malferma e le ossa stanche, era tra i primi agli atti comuni, sempre presente, sempre al suo posto nel confessionale, pronto ad accogliere i dolori del popolo e trasformarli in preghiera.
🌅 L’ultimo giorno di un santo senza altari
Il 13 gennaio 1925, un martedì, all’età di 85 anni, padre Brunone de Vito morì tra le mura del convento di San Pietro d’Alcantara. Non vi fu clamore, né cronache roboanti. Ma il suo nome si fece leggenda nel cuore della gente.
Ancora oggi, nelle stanze del convento, qualcuno sente il suo passo lieve. Nei confessionali odorosi di incenso, c’è chi crede di percepire l’eco della sua voce pacata. E nell’anima della città di Portici, padre Brunone è rimasto: non come un personaggio, ma come un testimone della fede operosa, quella che non urla, ma trasforma.
Padre Brunone è stato un santo di terra vesuviana. Di quelli che non hanno bisogno di statue per essere ricordati. La sua forza era l’umiltà, il suo prestigio la coerenza. Un uomo che ha attraversato guerre, rivoluzioni e crisi, ma che non ha mai smesso di alzarsi ogni mattina e andare a confessare.
E chissà, forse se potessimo ascoltarlo oggi, direbbe con un sorriso:
“‘A fede nun se vede, ma se sente. E si ‘o core è sincero, Dio nun te lascia sulamente manco pe’ n’attimo.”
