Immagina un uomo nato nella nostra Terra di Lavoro, con una mente così brillante da reinventare il modo di insegnare la legge a Napoli. Un patriota che ha rischiato tutto per la libertà e che, nel momento più alto, quando era Presidente del Parlamento nel rivoluzionario 1848, ha avuto la forza di dire ‘no’ al potere. Non una, ma quattro volte gli offrirono di fare il Ministro, e lui sempre rifiutò! Era un gigante di coerenza. Ma quando il sogno di libertà si spense, la sua grande anima cercò pace nel silenzio, tra Napoli e la nostra Portici. E fu proprio qui, in un ultimo, tragico atto d'amore per la sua famiglia, che il destino lo attese. Vieni, ti porto a scoprire la storia di Domenico Capitelli, un uomo che ha insegnato a tutti noi cosa significa essere liberi.
Guagliò, a volte la storia ci regala uomini che sono come fari. Domenico Capitelli era uno di questi. La sua vita, iniziata a San Tammaro nel 1794, è un viaggio incredibile nella giustizia, nel coraggio e nell'amore per la nostra terra.
Nu Uaglione d’‘a Terra ‘e Lavoro che Sognava ‘a Legge
Immaginatelo, un giovane con ‘na capa tanta, che dal seminario di Capua arriva a Napoli e si butta a capofitto negli studi. Non solo legge, ma filosofia, matematica, persino medicina. Voleva capire l’uomo per poter difendere i suoi diritti. E il suo genio si vede subito: nel 1819 apre una scuola di diritto privata che è una vera rivoluzione. Ispirato dal grande Giambattista Vico, è il primo a insegnare le leggi usando la storia, facendo capire che le norme non nascono dal nulla, ma dalla vita di un popolo.
A quei tempi, la legge era vista come un comando del Re, punto e basta. Vico, invece, insegnava che il diritto nasce dalla storia, dalla cultura, dall'anima di un popolo. Adottare questo "metodo storico" significava, politicamente, sfidare l'assolutismo! Significava dire che la legge non è solo la volontà di un sovrano, ma l'evoluzione di una nazione. La sua scuola, aperta nel 1819, non era solo un luogo di studio, era un focolaio di pensiero liberale.
E chi frequentava? I migliori cervelli di Napoli: Roberto Savarese, Giuseppe Pisanelli, Nicola Nicolini, e patrioti come Gabriele Pepe e Alessandro Poerio. Era un'orchestra di menti brillanti che stava già componendo la musica del futuro Risorgimento. Quando scriveva i suoi libri, come la Scienza del diritto (pubblicato con lo pseudonimo di Raffaele Carbone per prudenza!), non scriveva semplici manuali: stava costruendo le fondamenta intellettuali di uno Stato nuovo, costituzionale.
L'Uomo che Sapeva Dicere ‘No’
Ma è qui che capisci la stoffa di Capitelli. La sua non era ambizione di potere, ma sete di giustizia. Nel 1820, partecipa ai moti liberali e rischia grosso, tanto da doversi nascondere. Ma la sua carriera, poi, decolla. Diventa così famoso che nel 1838 gli offrono un posto da Giudice di Gran Corte in Sicilia. Un onore immenso. E lui che fa? Rifiuta, con una lettera al Ministro.
I "no" di Capitelli non erano capricci, erano dichiarazioni politiche. Analizziamoli:
- Il "No" al Re (1838): Rifiutare la nomina a Giudice di Gran Corte a Noto non fu una semplice rinuncia. Fu un atto di accusa. Scrivere direttamente al Ministro per rifiutare un incarico così prestigioso, motivandolo con "coerenza politica", era come uno schiaffo al sistema. Significava dire: "Io non sarò un ingranaggio della vostra macchina, se non la ritengo giusta". Un rischio enorme.
- I "No" del 1848: Qui siamo al capolavoro.
- Rifiuta di essere Vicepresidente della Corte Suprema e Censore della Magistratura perché il suo posto, in quel momento, era nella lotta politica, per scrivere le regole, non per applicarle.
- Le quattro offerte di fare il Ministro di Grazia e Giustizia sono cruciali. Lui, da Presidente del Parlamento, si considerava il rappresentante del potere legislativo, la voce del popolo. Accettare di fare il ministro significava passare al potere esecutivo, diventare un "uomo del Re". Lui rifiutò per difendere la separazione dei poteri e l'autonomia del Parlamento. Voleva essere l'arbitro, non un giocatore di una delle due squadre. Una lezione di diritto costituzionale vivente. - L'ultimo "No" (1850): Dopo la restaurazione, gli chiedono di prestare un nuovo giuramento che tradiva quello fatto allo Statuto del 1848. Lui, pur di non venire meno alla parola data, si dimette dalla Camera di disciplina degli avvocati adducendo "ragioni di salute". Un modo elegante e fiero per dire: "La mia coscienza non si piega".
1848: Il Presidente del Sogno
Arriva il 1848, l'anno della speranza. Napoli è in fiamme, si chiede la Costituzione. E Capitelli è lì, al centro della lotta, con i più grandi patrioti. Tutti lo vogliono, lo nominano in ogni commissione possibile: per la revisione dei codici, per la pubblica istruzione, persino presidente della biblioteca reale. Quando si vota, viene eletto deputato con una valanga di voti. E il Parlamento, riconoscendo la sua statura morale, lo elegge Presidente dell'Assemblea Costituzionale.
È il punto più alto. È l'uomo più importante del Parlamento, il garante delle nuove libertà. In quei mesi, cerca in tutti i modi di evitare la guerra civile, media, parla, discute. Il Re, per averlo dalla sua parte, gli offre per ben quattro volte la poltrona di Ministro di Grazia e Giustizia. E lui, per quattro volte, risponde ‘no, grazie’. La sua lealtà era verso il Parlamento e il popolo, non verso il trono. Il suo incarico finisce nel modo più amaro: il 13 marzo 1849 è lui stesso a dover leggere in aula il decreto del Re che scioglie la Camera. Il sogno è finito.
L'Ultimo Rifugio: Il Silenzio di Portici e il Fragore della Storia
Per un uomo come lui, la delusione è immensa. Coinvolto in processi politici, anche se assolto, si ritira a vita privata. Il suo mondo crolla. Abbandona ogni incarico pubblico, persino quello nella Camera degli avvocati, quando gli chiedono un giuramento che va contro la sua coscienza. Si chiude nei suoi studi, tra Napoli e la quiete della nostra Portici, circondato solo da pochi, fedelissimi amici.
Nel luglio del 1854, la tragedia finale. Il colera devasta Napoli. Capitelli, "trepidante" non per sé ma per "quei cari ed innocenti capi" dei suoi figli, decide di portarli in salvo. E sceglie Portici. Si rifugia tra le mura di Villa Pietramelara. Ma il morbo, infame, lo insegue.
Il 31 agosto 1854, a sessant'anni, il conte Domenico Capitelli, l'uomo che aveva detto no ai re e ai ministri, muore di colera, a Portici.
La notizia sconvolge l'Europa. I più grandi giornali, dal Times di Londra al Siècle di Parigi, annunciano con dolore la sua scomparsa, celebrandolo come una delle menti più brillanti del tempo. Portici, da ultimo rifugio, divenne la testimone silenziosa della fine di un gigante. E la sua storia, guagliò, è ‘na lezione che non dobbiamo scordare mai.
