Emilio Sereni nasce a Roma il 13 agosto 1907, da Samuele Sereni, medico della Real Casa – ma soprattutto «il "dottore dei poveri" fra gli artigiani e gli operai romani» – e da Alfonsa Pontecorvo. È il più piccolo di quattro figli in una famiglia ebrea osservante, agiata e colta, profondamente antifascista.
Già nel nome di suo padre vedi l'anima di questa famiglia: non è un medico che cura solo i ricchi nelle loro ville sulla Collina dei Parioli. No – Samuele Sereni va negli atelier degli artigiani, nelle case degli operai, perché per lui la medicina è una missione di giustizia sociale.
In questa atmosfera cresce Mimmo – così lo chiamano in casa, affettuosamente – e già da giovane dimostra una voracità intellettuale straordinaria. Accanto ai regolari corsi di studi inferiori e superiori presso le scuole romane, si dedica privatamente allo studio delle «dottrine economiche, dei problemi sociali e politici, della storia dei partiti antichi e moderni».
Legge con avidità febbrile: Marx, Engels, una «quantità enorme di libri» che lo trasformano in un intellettuale consapevole ben prima di aver finito le scuole superiori. È come se cercasse le risposte alle ingiustizie che vede intorno a sé nelle pagine degli scrittori rivoluzionari.
La mente poliglotta: lingue antiche e moderne
Ma c'è qualcosa di ancora più straordinario in Emilio: la sua capacità di padroneggiare le lingue. Non è semplicemente colto – è poliedrico in modo quasi sovrumano.
Conosce «perfettamente una infinità di lingue antiche e moderne: il tedesco, l'inglese, il francese, il russo». Ma non basta. Conosce «benissimo il greco, il latino, l'ebraico», e apprende «varie lingue slave e anche alcune antiche, comprese quelle espresse in scritture cuneiforme, come l'accadico, il sumero, l'ittita».
E sai cosa è più incredibile? «Negli anni del carcere si impegnerà a studiare il giapponese». Mentre marcisce in una cella fascista, mentre il corpo soffre e la mente potrebbe frantumarsi, Emilio Sereni studia il giapponese. Questa è la vera misura dell'uomo: la capacità di non farsi rompere dallo stato, di mantenere viva la fiamma della conoscenza anche quando tutto conspira per spegnere la tua umanità.
1923: la scelta di Portici
Nel luglio del 1923, Emilio consegue la licenza liceale classica. Ha sedici anni, una mente già formidabile, un'anima già politicamente consapevole.
E poi accade il momento che cambia tutto: nel novembre del 1923, arriva a Portici per frequentare il corso di laurea in Scienze Agrarie al Regio Istituto Superiore Agrario.
Ma perché proprio Scienze Agrarie? Perché Portici? Ascolta la risposta: Emilio vuole «apprendere quanto più e di meglio potesse, per portare poi la sua competenza tecnica in Palestina».
C'è una visione idealistica in questa scelta. Il giovane Sereni – ebreo di una famiglia che conosce la persecuzione, le radici storiche della questione ebraica – immagina di poter utilizzare le sue conoscenze agronomiche per costruire qualcosa di nuovo nella terra d'Israele. È il sionismo socialista, l'idea che la terra, il lavoro, la comunità agricola possano essere le fondamenta di una società giusta.
Ma il destino ha altri piani per lui.
Portici: il luogo del destino
Nei primi giorni di novembre del 1924, all'inizio dei nuovi corsi, Emilio incontra Manlio Rossi-Doria (Roma, 25 maggio 1905 – Roma, 5 giugno 1988). Anche Manlio è arrivato da Roma per seguire il primo anno del corso di laurea in Scienze Agrarie. Si conoscevano dai tempi del liceo a Roma.
Insieme hanno alloggiato in quello che «scherzosamente chiamavamo il "Philip's Hotel"». Ma il vero nome è Collegio Medici – il pensionato per studenti fuori sede situato all'interno del parco superiore della ex reggia. Immagina: due giovani brillanti che vivono dentro la Reggia di Portici, tra i giardini della storia, mentre studiano l'agricoltura moderna. È quasi una metafora della loro missione: trasformare il Mezzogiorno da dentro.
Gli incontri storici: Giustino Fortunato e la Questione Meridionale
Nel corso del 1925, Emilio e Manlio, insieme a Giorgio Amendola (Napoli, 15 aprile 1882 – Cannes, 7 aprile 1926) ed Enzo Tagliacozzo, si recano a Napoli per visitare Giustino Fortunato, il settantenne storico e pensatore meridionalista.
Ricordi di Giustino Fortunato? È l'uomo che ha accompagnato la carriera di Emanuele Gianturco! È il grande intellettuale del Meridione, l'uomo che ha pensato più profondamente la questione meridionale di chiunque altro. E questi giovani ragazzi vanno a sedersi ai suoi piedi, ad ascoltare la sua saggezza.
L'agronomo Eugenio Azimonti li accompagna in questa visita. È un'occasione solenne, quasi rituale: la trasmissione del testimone tra generazioni di intellettuali meridionali impegnati per il riscatto del Sud.
È a Portici che germina in Emilio l'interesse profondo per la questione meridionale. Non è una curiosità accademica – è una ossessione, una consapevolezza che il problema centrale dell'Italia è il Meridione, e che l'agricoltura è il cuore di questo problema.
La radicalizzazione politica: 1926
Nel 1926, Emilio inizia a frequentare iscritti al Partito Comunista d'Italia. È il momento della radicalizzazione. Inizia «un'opera di proselitismo tra il proletariato di Napoli».
È a questo punto che accade qualcosa di cruciale: «E' qui che si precisa il suo interesse per la questione meridionale e lo studio dell'agricoltura». La politica e la scienza si uniscono. Emilio capisce che non può essere semplicemente un agronomo – deve essere un agronomo comunista, un intellettuale che mette la sua competenza tecnica al servizio della lotta di classe.
La Laurea: 1927
A fine luglio del 1927, Emilio completa gli esami di profitto al Regio Istituto Superiore Agrario di Portici. Il 28 luglio 1927, dissertando su "La colonizzazione agricola ebraica della Palestina", consegue la laurea in Scienze Agrarie.
Vedi come ancora il filo sionista-socialista percorre la sua tesi? Ma ormai Emilio sa che il vero terreno di lotta non sarà la Palestina: sarà il Meridione italiano, sarà Portici, saranno le fabbriche di Napoli.
Il matrimonio: Xenia, l'amore rivoluzionario
Nel novembre 1928, «appena ventunenne», Emilio sposa la giovanissima Xenia Silberberg (1906 – Losanna, 27 gennaio 1952), che tutti chiamano Marina.
Chi è Xenia? È una giovane donna straordinaria, «figlia di due socialisti russi: Lev Silberberg (impiccato in Russia dopo la rivoluzione del 1905) e Xenia Panphilova, riparata in Italia». Capito? È la figlia di martiri rivoluzionari russi. È nata dalla lotta, dal sangue, dalle idee.
Questo matrimonio non è una storia d'amore ordinaria: è un'alleanza rivoluzionaria, l'unione di due anime che capiscono che la loro vita deve servire a qualcosa di più grande di se stessi. Xenia non è solo la moglie di Emilio – sarà sua collaboratrice politica, sua compagna di lotta, la madre di una sezione comunista in Portici.
L'agronomo comunista: 1928-1929
Nel novembre 1928, conseguita l'abilitazione all'esercizio della professione di agronomo sotto il professor Alessandro Brizi (Poggio Nativo, Rieti, 7 settembre 1878 – Roma, 14 gennaio 1955), Emilio ottiene una borsa di studio ed entra come «collaboratore» del titolare della cattedra di Economia, Estimo rurale e Contabilità Agraria del Regio Istituto Superiore Agrario di Portici.
Ma nel novembre 1928, accade l'atto definitivo: entra formalmente nel Partito Comunista d'Italia.
D'ora in poi, il Granatello – il quartiere di Portici dove abita – diventa la sede della resistenza comunista. «Ben presto la sua abitazione al Granatello è divenuta l'abituale ritrovo dei giovani della "cellula embrionale" comunista porticese».
Il Primo Maggio 1929: la politica prende forma
Il mercoledì 1° maggio 1929 – la festa dei lavoratori – Emilio tiene una piccola riunione politica nella sua abitazione per discutere «delle condizioni lavorative nelle fabbriche napoletane».
All'incontro sono presenti «un tipografo e due o tre operai metalmeccanici, in rappresentanza degli "operai militanti delle fabbriche Precisa e Officine Ferroviarie Meridionali"» – Gennaro Rippa, Franco Panico, Salvatore Cetara, Giuseppe De Sanctis – e il tipografo Salvatore Castaldi.
E qui accade un momento di straordinaria importanza: il giovane Giorgio Amendola, presente all'incontro, al suo primo contatto vero con la classe operaia, comprende finalmente che "Il proletariato non era più un concetto politico, ma una realtà umana concreta".
Vedi? Emilio non fa solo lezioni teoriche: crea esperienze, momenti di contatto vero tra intellettuali e operai. È pedagogia rivoluzionaria nel senso più autentico.
La Rivoluzione d'Ottobre: 7 Novembre 1929
Il giovedì 7 novembre 1929, sempre nella sua abitazione a Portici, Emilio dirige una nuova riunione per celebrare la Rivoluzione d'Ottobre.
Al termine della sua rievocazione della Grande Rivoluzione Socialista, il giovane Giorgio Amendola, «con voce commossa», chiede che venga accolta formalmente la sua iscrizione alla sezione di Portici del Partito Comunista Italiano.
È il battesimo politico di Amendola, e avviene in casa di Emilio Sereni, a Portici. La storia si intreccia in modo meraviglioso.
L'organizzazione della Resistenza: 1930
Nel giugno del 1930, il gruppo porticese – costituito da «intellettuali e operai comunisti come Manlio Rossi-Doria, Emilio Sereni, Xenia Sereni, Gennaro Rippa, Franco Panico» – dà vita a un'intensa attività di propaganda antifascista.
Grazie al loro lavoro nelle fabbriche della provincia napoletana, si formano cellule comuniste «all'Ilva di Bagnoli, alla Precisa, alla Miani e Silvestri, alla Centrale termoelettrica di Vigliena, ai Bacini e Scali napoletani».
Ciascuno ha il suo ruolo: Manlio Rossi-Doria ha la responsabilità del lavoro in fabbrica. Sabatino Laurenza cura il settore dei contadini. E Emilio e Xenia si assumono «il delicato incarico dell'elaborazione politico-culturale dei materiali di partito».
Immaginalo: mentre il fascismo controlla ogni aspetto della vita italiana, mentre i camion della polizia politica girano per le strade, questi giovani comunisti a Portici producono materiale di propaganda. Le loro fonti sono povere ma preziose: «Stato operaio», la rivista ideologica del partito, e «l'Unità», che viene riprodotta clandestinamente a Portici nel laboratorio medico di Reale e in altre tipografie fidatissime.
È una resistenza sotterranea, invisibile, ma capillare. È il lavoro delle talpe che scavano i tunnel per far saltare il regime dall'interno.
L'arresto: 16 Settembre 1930
Nel 1930, Emilio è a Parigi per prendere contatti con il centro estero del Partito Comunista d'Italia. Sta diventando un dirigente di spicco.
Ma il fascismo non dorme. La polizia politica conosce bene i movimenti di questi giovani comunisti. Il martedì 16 settembre 1930, per il suo intenso proselitismo politico, Emilio Sereni è arrestato a Portici.
Insieme a lui: il suo amico e compagno di lotta Manlio Rossi-Doria.
Sono accusati di «ricostituzione del disciolto partito comunista, appartenenza al medesimo e propaganda». È il massimo che il fascismo può rovesciarvi addosso.
Il Tribunale Speciale Fascista: 28 Novembre 1930
Venerdì 28 novembre, arrestati quali cospiratori, sono processati dal Tribunale Speciale Fascista, presieduto dal giudice Cristini.
Sono ragazzi: Emilio ha 23 anni, Manlio ne ha 25. Ma il Tribunale li guarda come nemici dello Stato, come «individui irriducibili, ormai persi alla causa della patria».
La sentenza è terribile: venti anni di carcere.
Scomponiamo questa sentenza infernale: «dieci anni di reclusione per la ricostituzione del Partito Comunista, cinque per l'appartenenza al partito e altri cinque per la propaganda svolta in suo favore».
In virtù del cumulo delle pene, la pena è ridotta a quindici anni di carcere, a cui si aggiungono «tre anni di confino in paesi agricoli della Basilicata».
La forza del destino: lo hanno mandato nella Basilicata, la provincia dove è nato Emanuele Gianturco. Ma prima deve vivere l'inferno del carcere.
L'Inferno carcerario: 1930-1935
«Ha cominciato così il duro peregrinare da un carcere all'altro: a Poggioreale, Regina Coeli, Lucca, Viterbo, Civitavecchia».
Cinque anni. Cinque anni di celle puzzolenti, di guardie fasciste, di compagni torturati, di solitudine che ti rode l'anima. E ancora, il giapponese. Ancora la resistenza mentale. Ancora il rifiuto di farsi rompere.
Domenica 15 settembre 1935, dopo cinque anni di detenzione, Emilio è rimesso in libertà per amnistia. Con lui c'è ancora Manlio Rossi-Doria.
«Con l'amico, anche lui agronomo, economista agrario ed esponente comunista, liberato per amnistia, sono uscito di prigione insieme come insieme ci eravamo entrati». È una frase meravigliosa: la solidarietà comunista, la fedeltà fra compagni, forgiata nel fuoco dell'oppressione.
L'esilio francese: 1935-1943
Emilio non può restare in Italia. Il fascismo non lo perdona. È chiamato a far parte del Centro estero del PCd'I e espatria clandestinamente raggiungendo Parigi.
In Francia, nella capitale francese, gli è assegnato la carica di «responsabile del lavoro culturale e redattore capo di "Stato operaio" e "La Voce degli italiani"». È un ruolo importante: Sereni diventa la voce della resistenza italiana all'estero.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Emilio assume l'incarico «di organizzare l'attività politica fra gli emigrati» in terra francese. Continua a lottare, continua a organizzare, continua a credere.
Il documento di Tolosa: 1941
Nel settembre del 1941, Emilio stende il cosiddetto documento di Tolosa – «l'atto di nascita di quel comitato d'azione di cui fanno parte, oltre Sereni e Dozza per il Pci, Nenni e Saragat per il Psi, Silvio Trentin e Fausto Nitti per Giustizia e libertà».
È un momento cruciale: i diversi filoni antifascisti italiani si uniscono per la prima volta in un'azione coordinata. E Emilio Sereni è uno degli architetti di questa unità.
La Resistenza Armata: 1941-1943
Non tralasciando gli studi, Emilio viene impegnato «prima a Tolone e poi a Nizza per organizzare il lavoro di propaganda tra le truppe italiane di occupazione».
Fonda il giornale La Parola del soldato – perché anche i soldati devono capire che stanno combattendo per una causa sbagliata, che il fascismo è il loro nemico. E non rimane inerte: nel ruolo di «commissario politico dei Franc tireurs et partisans delle Alpi Marittime, compie «azioni di sabotaggio, attentati, colpi di mano».
È la Resistenza in armi. È Emilio che sceglie non solo di lottare con le parole, ma anche con i fucili.
Il secondo arresto: Giugno 1943
Nel giugno del 1943, durante l'occupazione tedesca della Francia, Emilio è di nuovo arrestato. Incriminato per «associazione sovversiva, emigrazione, istigazione di militari, documenti falsi», viene processato dal tribunale straordinario di guerra della IV armata italiana e condannato a 28 anni di reclusione.
Viene rinchiuso nel carcere di Fossano. Tenta di evadere più volte, senza successo. Poi – tragedia ancora più terribile – viene rinchiuso per sette mesi nel braccio della morte alle Nuove di Torino.
Emilio Sereni, a trentasei anni, aspetta l'esecuzione in una cella di morte. Ogni giorno potrebbe essere l'ultimo. Ma non cede. La mente continua a funzionare. La fede rivoluzionaria rimane intatta.
L'evasione e la Resistenza Italiana: Agosto 1944
Nel agosto del 1944, Emilio riesce finalmente a evadere dalle Nuove di Torino. Si stabilisce a Milano, la capitale della Resistenza italiana al Nord.
Dal partito gli è assegnato l'incarico di dirigere l'ufficio di agitazione e propaganda. Entra a far parte del Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia, rappresentando il Partito Comunista insieme a Luigi Longo (Fubine, Alessandria, 15 marzo 1900 – Roma, 16 ottobre 1980).
Come membro del comando generale delle brigate Garibaldi, Emilio partecipa attivamente alla lotta di resistenza contro il nazifascismo. Nel aprile del 1945, è tra i dirigenti dell'insurrezione al Nord – la rivolta che libera l'Italia dal fascismo.
È il coronamento della sua lotta: dalle cellule comuniste di Portici al comando delle brigate partigiane, dalle carceri fasciste alla liberazione dell'Italia.
La Repubblica: 1945-1972
Il 29 dicembre 1945, durante il V° congresso del PCI, Emilio è eletto membro del Comitato centrale e della Direzione, carica che mantiene fino al 1975.
Dal 25 settembre 1945 al 26 giugno 1946, fa parte della Consulta Nazionale del Regno d'Italia – il primo organo sovrano della Repubblica nascente.
Dal 26 giugno 1946 al 31 gennaio 1948, è deputato all'Assemblea Costituente della Repubblica Italiana. Partecipa alla scrittura della Costituzione che fonda la Repubblica. Il giovane comunista che è stato in carcere per cinque anni sotto il fascismo, ora aiuta a scrivere le leggi fondamentali della nuova Italia.
I Ministeri
Il partito lo chiama a compiti ancora più importanti. È ministro due volte:
- Dal 14 luglio 1946 al 2 febbraio 1947, regge il dicastero dell'Assistenza Post Bellica – aiuta i milioni di italiani traumatizzati dalla guerra.
- Dal 2 febbraio al 1° giugno 1947, regge il dicastero dei Lavori Pubblici – ricostruisce l'Italia.
Il Senatore e il Deputato
Come Senatore di diritto, componente del gruppo comunista, Emilio occupa uno scanno a Palazzo Madama per la I legislatura (8 maggio 1948 – 24 giugno 1953).
Poi è eletto nella circoscrizione della Campania: per la II legislatura (25 giugno 1953 – 11 giugno 1958) nel collegio di Napoli, e per la III (15 giugno 1959 – 15 maggio 1963) in quello di Avellino.
Alle elezioni del 1963, candidato nella Campania, è eletto alla Camera dei deputati. Per due legislature rappresenta il collegio di Napoli – dal 16 maggio 1963 al 4 giugno 1968 (IV) e dal 5 giugno 1968 al 24 maggio 1972 (V).
È il trionfo finale: il ragazzo arrestato a Portici nel 1930, il prigioniero del fascismo, il partigiano della Resistenza, ora rappresenta il popolo italiano nel Parlamento della Repubblica.
Il ritorno a Portici: 1952
Nel corso della mattinata di giovedì 22 maggio 1952, i compagni porticesi intitolano la sezione del Partito Comunista a Xenia Sereni – la moglie rivoluzionaria, la madre della resistenza comunista a Portici.
Nel pomeriggio, dal palco eretto in piazza San Ciro, Emilio tiene «un vibrante comizio» – ritorna a casa, nella città che lo ha fatto nascere politicamente, per celebrare la memoria della donna che lo ha accompagnato nella lotta.
Nel settembre dello stesso anno, nonostante i pressanti impegni politici, partecipa all'inaugurazione della corrente edizione del Festival dell'Unità, organizzato dal Sindaco di Portici, Massimo Caprara, nei Giardini comunali, lungo il viale di accesso al Granatello.
È il Granatello, il suo quartiere, il luogo del suo primo impegno rivoluzionario. Torna qui a testimoniare che la lotta continua.
L'intellettuale e lo storico
Mentre svolge tutti questi incarichi politici, Emilio non abbandona mai la ricerca scientifica. È uno storico, uno scienziato, un economista agrario.
Scrive saggi sulla politica agraria, sulla storia dell'agricoltura, sulla storia dell'alimentazione. Sono opere che vanno oltre il semplice interesse accademico: sono ricerche che cercano di comprendere come il capitalismo ha trasformato (e deformato) il Sud Italia, come la questione agraria è centrale per capire la questione meridionale.
Le sue opere principali includono:
- Il capitalismo nelle campagne
- Il Mezzogiorno all'opposizione
- La questione agraria nella rinascita nazionale italiana
- La rivoluzione italiana
Sono titoli che indicano una missione: comprendere il Meridione, comprendere l'agricoltura, comprendere la rivoluzione che potrebbe salvare l'Italia.
L'ortodossia comunista
Negli anni '50, quando molti comunisti occidentali iniziano a dubitare, quando il XX congresso del PCUS rivela i crimini di Stalin, Emilio rimane fedele. Al tempo dell'invasione dell'Ungheria socialista da parte delle truppe russe (23 ottobre 1956 – 10 novembre 1956), comunista ortodosso, è «fra i pochi a schierarsi apertamente dalla parte dell'Unione Sovietica.
È una scelta controversa, ma è coerente con la sua visione: crede nel comunismo, crede nella rivoluzione d'Ottobre, crede che l'Unione Sovietica, pur con i suoi difetti, rappresenta il futuro dell'umanità.
La morte e l'eredità: 20 Marzo 1977
Lo storico e scienziato Emilio Sereni muore a Roma, nella domenica 20 marzo 1977.
Ha settant'anni. Una vita strapiena, una vita spesa per la lotta, per la conoscenza, per la trasformazione dell'Italia.
Il Centenario: 26 Ottobre 2007
Nel venerdì 26 ottobre 2007, nella ricorrenza del centenario della nascita, la Facoltà di Agraria dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II" dedica a Emilio Sereni una giornata di studio.
I lavori sono tenuti nella sala intitolata a Manlio Rossi Doria – guarda il destino, l'amico di sempre – e sono presieduti dall'onorevole Abdon Alinovi (Eboli, Salerno, 6 maggio 1923 – Napoli, 15 febbraio 2018).
I relatori pongono in risalto «le sue opere sul paesaggio agrario, sulla storia economica antica e moderna, nonché la sua lotta per la libertà pagata con persecuzioni, il carcere, l'esilio», la sua figura di Costituente e di Ministro Senatore della Repubblica Italiana.
Alle ore 16, un corteo partito da piazza San Ciro – il cuore di Portici, il luogo dove insegnava e lottava – arriva all'ex palazzo reale, la Reggia dove aveva studiato decenni prima.
Nel largo antistante la reggia borbonica, si tiene la cerimonia di chiusura della manifestazione popolare.
Abdon Alinovi pronuncia l'orazione commemorativa, e poi – il momento più solenne – viene scoperta la targa incisa in sua memoria.
Sulla lastra di lava vesuviana ceramizzata, affissa all'ingresso dello scalone che porta al piano nobile della reggia, si legge l'epigrafe:
"Dottore agronomo, economista agrario, è stato autore di saggi di politica agraria, di storia dell'agricoltura e di storia dell'alimentazione."
La lava del Vesuvio – la stessa lava che ha preservato Pompei, che ha sepolto e rinato il mondo – custodisce ora la memoria di Emilio Sereni.
Il significato di una vita
Sai cosa rende straordinaria la storia di Emilio Sereni? È un ragazzo che poteva scegliere di vivere comodamente: figlio di una famiglia ricca, brillante, colto. Poteva essere un agronomo rispettabile, uno scienziato leggero.
Ma sceglie di no. Sceglie la lotta. Sceglie di anteporre la giustizia al comfort, la rivoluzione alla quiete, la libertà al denaro.
E paga un prezzo terribile: cinque anni di carcere fascista, il carcere del braccio della morte, l'esilio in Francia, la Resistenza armata. Potrebbe morire diecimila volte, e invece vive, continua a lottare.
Quando esce dal carcere, non chiede perdono. Continua a lottare. Continua a credere. Continua a insegnare, a scrivere, a organizzare.
E quando la Repubblica ha bisogno di ministri, di costituenti, di uomini che ricostruiscano l'Italia, la Repubblica chiama lui – il comunista che è stato in carcere, il partigiano della Resistenza.
Portici lo vidè crescere politicamente. A Portici insegnò agli operai cosa significasse essere comunisti. A Portici sua moglie Xenia organizzò la resistenza. Al Granatello nacque la cellula che avrebbe combattuto il fascismo.
E quando ritorna a Portici nel 1952, è come un profeta che ritorna nella terra che l'ha ispirato. La sezione che porta il nome di Xenia, la donna che ha amato e combattuto con lui, è la testimonianza che quella lotta non è stata invano.
Emilio Sereni è il figlio che Portici avrebbe desiderato generare: un intellettuale impegnato, un rivoluzionario coraggioso, un uomo che ha capito che la vera agronomia non è solo la tecnica dei campi, ma la trasformazione della società.
Quando cammini per le strade di Portici, quando vedi la Reggia dove ha studiato, quando passa per il Granatello, ricordati di questo ragazzo romano che scelse di trasformare il Mezzogiorno dal basso, con le parole e con i fucili, con la scienza e con la fede rivoluzionaria.
Emilio Sereni: dottore, agronomo, storico, ministro, comunista, partigiano. Un figlio di Portici nel cuore.
