Domenico CattaneoOggi vi porto a spasso nel Settecento borbonico, un'epoca di splendore e intrighi, raccontandovi la storia di un uomo che in quel mondo non era una comparsa, ma un protagonista assoluto: Domenico Cattaneo, Principe di Sannicandro. Un personaggio complesso, un gigante del suo tempo, un uomo che ha tenuto tra le mani il potere, la cultura e persino l'educazione di un re.

Un Principe nato sotto una buona stella

Domenico Cattaneo non nacque in una famiglia qualunque. Vide la luce a Napoli, il 20 dicembre 1696, e nel suo sangue scorreva l'essenza della più alta aristocrazia. Suo padre era Baldassarre Cattaneo, principe di San Nicandro, e sua madre la nobildonna Isabella Caetani, discendente dai principi di Caserta e duchi di Sermoneta. Insomma, era destinato a grandi cose sin dalla culla.

E come ogni grande casata che si rispetti, la sua ascesa fu consolidata da un matrimonio strategico. Nel 1717, a soli 21 anni, convolò a nozze con donna Giulia de Capua, unica erede del vasto ducato di Termoli. Fu un'unione che gli portò non solo l'amore e ben quattordici figli (anche se il destino volle che la maggior parte di loro morisse prima di lui), ma anche un patrimonio sconfinato. Ai feudi paterni di San Nicandro, Casalnuovo e Casalmaggiore, che ereditò nel 1739, si aggiunsero così le terre della moglie in Capitanata: Termoli, San Martino, Donna Ritella. Divenne, di fatto, uno degli uomini più ricchi e potenti del Regno.

Al servizio di Re Carlo: L'uomo di fiducia

L'intelligenza politica e il carisma di Domenico Cattaneo non potevano passare inosservati a un sovrano acuto come Carlo di Borbone. Il Re vide in lui l'uomo perfetto per rappresentare la corona e servirla con lealtà. Nel 1740 lo inviò come ambasciatore in Spagna, alla corte di Filippo V, un incarico di prestigio assoluto.

Ma Re Carlo aveva in serbo per lui compiti ancora più delicati. Nel 1742 lo nominò presidente della Giunta incaricata di redigere un nuovo e moderno codice di leggi, il Codice Carolino, affiancandolo al geniale giurista Giuseppe Pasquale Cirillo. Era la prova della stima immensa che il sovrano nutriva per il suo acume. E gli onori fioccavano: fu nominato Maggiordomo Maggiore della Casa Reale, Reggente della Gran Corte della Vicaria e Gentiluomo di Camera del Re. Ricevette le massime onorificenze possibili: il titolo di Grande di Spagna di I classe, e le insegne di Cavaliere del prestigioso Ordine di San Gennaro e del supremo Ordine del Toson d’Oro. Era, a tutti gli effetti, ’o braccio destro d’‘o Rre.

L'educazione del Re: un capolavoro di contraddizioni

L'incarico che, più di ogni altro, segnò la sua vita e la storia del Regno fu la nomina ad aio, ovvero precettore ed educatore, del principe ereditario, il futuro Ferdinando IV. E qui, la visione del Principe di Sannicandro emerse in tutta la sua forza. Egli era un uomo del suo tempo, un aristocratico convinto che un sovrano dovesse primeggiare nelle "arti cavalleresche".

E così, l'educazione del giovane Ferdinando fu improntata più agli esercizi del corpo che a quelli della mente. Come dicono le cronache, il Principe era persuaso che al re "convenisse coltivare unicamente l'equitazione, la guida dei cocchi, la caccia e i festini". Il risultato? Un'educazione che rese Ferdinando un uomo del popolo, amante dei divertimenti e della vita all'aria aperta, ma anche un sovrano con "un’educazione triviale, poco attenta alle cose di Stato". Quando nel 1759 Re Carlo partì per la Spagna, lasciando il piccolo Ferdinando di soli otto anni sul trono di Napoli, fu proprio Cattaneo a entrare di diritto nel Consiglio di Reggenza, continuando a plasmare il giovane re secondo la sua visione, spesso in aperto contrasto con il riformista Marchese Tanucci. Il suo più grande avversario, un altro pezzo grosso della corte. Erano come il giorno e la notte: Tanucci era 'o riformatore, quello che voleva modernizzare 'o Regno, mentre Don Domenico era 'o conservatore, 'o guardiano della tradizione. Le loro discussioni nel Consiglio di Reggenza erano leggendarie, battaglie a colpi di decreti e di diplomazia che decidevano le sorti di milioni di persone. E vi dico un segreto: spesso e volentieri, 'a spuntava proprio il nostro Principe, che sapeva difendere i suoi interessi e quelli della sua classe con 'na tenacia da leone.

Mecenate e uomo di gusto

Ma non pensate a Domenico Cattaneo solo come a un politico austero. Era anche un uomo di grande cultura e un raffinato amante delle arti. Fu amico e mecenate di uno dei più grandi pittori del Settecento napoletano, Francesco Solimena, noto come l'Abate Ciccio. A lui commissionò i ritratti di tutta la famiglia e il meraviglioso disegno del pavimento in maiolica della chiesa di San Michele ad Anacapri, un gioiello che ancora oggi lascia senza fiato.

'A Villa delle delizie: un angolo di paradiso a Barra

E dove viveva un uomo così? Mica in un palazzo qualunque. Anche se teneva proprietà in tutta Napoli, il suo cuore batteva per la campagna vesuviana. A Barra, a un tiro di schioppo dalla nostra Portici e dalla Reggia, si fece costruire una villa che era 'nu spettacolo: Villa Giulia. E perché 'stu nome? In onore di sua moglie, Giulia de Capua, nobildonna di stirpe illustre che gli portò in dote terre, ricchezze e quattordici figli.

Villa Giulia non era una semplice casa, era 'na "villa di delizie", un luogo dove l'arte, la natura e la vita di società si fondevano in un'armonia perfetta. Si dice che per i lavori di ammodernamento ci mise mano pure 'o grande architetto Luigi Vanvitelli, lo stesso genio che progettò 'a Reggia di Caserta. Immaginatevi i giardini rigogliosi, le sale affrescate, le feste sfarzose con dame, cavalieri e musicisti. Era da lì, dalla tranquillità della sua villa affacciata sul Vesuvio, che Don Domenico continuava a tessere le sue tele, a gestire il suo immenso patrimonio e a guardare con un misto di orgoglio e preoccupazione 'o mondo che cambiava.

Si spense proprio lì, nella sua amata villa, nel 1782, a 86 anni, un'età da record per l'epoca. Fu seppellito a Napoli, nella chiesa di Santa Maria della Stella, lasciando un'eredità fatta non solo di palazzi e ducati, ma anche di un'impronta indelebile nella storia del nostro Regno.

Insomma, uagliù, Domenico Cattaneo, Principe di Sannicandro, non è stato solo un nome su un libro di storia. È stato un uomo che ha vissuto da protagonista un'epoca irripetibile, un aristocratico colto e potente che, nel bene e nel male, ha contribuito a modellare il volto della Napoli borbonica. E la sua storia, intrecciata con quella della corte di Portici e delle ville vesuviane, ci racconta di un tempo in cui la nostra terra era veramente al centro del mondo. E a noi, oggi, ci resta 'o compito di non dimenticarlo. Perché conoscere la storia di uomini come lui, significa conoscere un pezzo di noi stessi. E chi s'‘o scorda cchiù?