Permettetemi di raccontarvi 'na storia che merita di essere ricordata, quella di un uomo che ha fatto della terra e delle piante la sua ragione di vita, e che ha scelto proprio Portici come palcoscenico finale della sua missione scientifica. Parliamo del commendator Ettore Celi, botanico, agronomo e primo vero organizzatore della Scuola Superiore di Agricoltura che ha reso la nostra città un faro di conoscenza agraria in tutta Italia.
Da Massa a Pisa: la nascita di una vocazione
La storia comincia a Massa, il 22 ottobre 1822, quando nasce Ettore. Il destino sembrava già scritto: il padre era farmacista, e il giovane Ettore, buon figlio, pensava di seguirne le orme. Nel 1837, appena quindicenne, si iscrive all'Università di Pisa per laurearsi in farmacia. Ma sapete come va: 'a vita tene 'e pruprie strade, e spesso sono diverse da quelle che immaginiamo.
Al Collegio medico pisano, infatti, avviene l'incontro che cambierà tutto. Due nomi, due giganti della botanica italiana: Gaetano Savi, fiorentino di nascita ma pisano d'adozione, e suo figlio Pietro, nato proprio sotto la Torre pendente. Padre e figlio, entrambi naturalisti di razza, scoprono nel giovane Ettore una scintilla particolare, quella curiosità insaziabile verso il mondo vegetale che distingue i veri scienziati dai semplici studiosi.
E così, mentre si prepara a diventare farmacista, Ettore viene letteralmente sedotto dalla botanica. Le piante non sono più solo ingredienti da pestare nel mortaio, ma organismi viventi da studiare, comprendere, amare.
Gli anni modenesi: quando la scienza incontra la terra
Dopo la laurea, c'è un brevissimo passaggio nella farmacia del padre – quasi un omaggio filiale – ma è chiaro che il richiamo della botanica è troppo forte. Nel 1853, a trentun anni, arriva la svolta: l'Università di Modena lo vuole come assistente alla cattedra di Botanica. È l'inizio di un'avventura che durerà vent'anni e che lo trasformerà da botanico in agronomo, da studioso di laboratorio in scienziato applicato.
Nel 1856 – aveva appena trentatré anni – diventa titolare della cattedra. Ma Ettore Celi non è il tipo da chiudersi nella torre d'avorio dell'accademia. No, signori! Lui vuole che la scienza serva, che sia utile, che trasformi la vita dei contadini e migliori la resa dei campi. È un visionario pratico, se mi permettete l'ossimoro.
Guardate quanti incarichi accumula in quegli anni modenesi: direttore dell'Opera Pia con l'Azienda agraria di Casinalbo, direttore della Stazione agraria di Pavia, segretario del Consorzio agrario. Non sono titoli onorifici, sono impegni concreti. Presso il Consorzio, ad esempio, si dedica anima e corpo alla formazione dei maestri delle scuole rurali – perché capisce che per cambiare l'agricoltura bisogna prima educare chi lavora la terra.
L'"Abbici dell'agricoltore": la scienza per tutti
E qui viene il bello: nel 1863 pubblica l'"Abbici dell'agricoltore", un titolo che è già un programma. Non un trattato accademico pieno di paroloni incomprensibili, ma un testo semplice, diretto, pensato per chi magari sa appena leggere ma ha bisogno di conoscere le basi dell'agricoltura moderna. Coniugare semplicità e rigore scientifico: questa è la sua filosofia, e il libro avrà tante edizioni, segno che ha centrato l'obiettivo.
Ma non è solo un divulgatore. Come agronomo, conduce ricerche importantissime: studia la fecondazione del frumento (fondamentale per migliorare le rese), analizza il valore saccarifero delle barbabietole da zucchero nella provincia di Modena (quando lo zucchero italiano era ancora un sogno), valuta chimicamente le diverse foraggiere per capire quali siano le migliori per nutrire il bestiame.
Pubblicazioni su pubblicazioni: manuali, almanacchi per i "campagnuoli", studi sulle radici da foraggio, sulla stazione agraria... Un'attività frenetica, instancabile.
1873: la chiamata dal Sud
Nel 1873, Ettore Celi è nel pieno della maturità scientifica. Ha cinquantun anni, una reputazione solida, una carriera consolidata a Modena. E poi arriva la lettera che cambierà tutto: il ministro dell'agricoltura, dell'industria e del commercio, Gaspare Finali, lo vuole a Portici per dirigere la Scuola Superiore di Agricoltura.
Portici! 'Nu posto magico, sott''o Vesuvio, con la sua Reggia borbonica trasformata in tempio della conoscenza agraria. Per un agronomo è come per un musicista dirigere il San Carlo: il massimo dell'onore e della responsabilità.
Celi non ci pensa due volte. Lascia Modena e nel 1874 assume la direzione della Scuola. E qui, cari amici, comincia il capitolo più importante per la nostra Portici.
Il costruttore: quando Portici diventa capitale dell'agronomia
Immaginate la scena: l'ex palazzo reale, con i suoi saloni affrescati e i suoi giardini, che deve diventare un centro di eccellenza scientifica. Non basta avere le aule, servono laboratori, collezioni, strumenti, biblioteche. Ettore Celi si rimbocca le maniche e si mette all'opera con l'entusiasmo di un pioniere.
Uno dopo l'altro, nascono sotto la sua guida:
- L'Orto botanico e il Laboratorio di Botanica – perché senza piante vive da studiare, che botanico sei?
- Il Gabinetto di Agricoltura – dotato di collezioni pregevolissime che fanno invidia alle università del Nord
- Il Gabinetto di Zootecnia – per studiare gli animali da allevamento
- Il Gabinetto di Agraria – il cuore pulsante della ricerca agricola
- Il Gabinetto di Meccanica e costruzioni – perché l'agricoltura moderna ha bisogno anche di ingegneria
- Il Gabinetto di Chimica generale e il Laboratorio di Chimica Agraria – fondamentali per le analisi scientifiche del terreno e delle colture
È un lavoro titanico! Celi trasforma la Scuola in una vera istituzione moderna, capace di competere con le migliori d'Europa. E non si limita all'organizzazione: conduce ricerche commissionate anche dal ministero, tiene l'insegnamento delle coltivazioni, studia le crittogame parassite delle piante coltivate – quei funghi microscopici che possono distruggere interi raccolti.
Le battaglie quotidiane di un direttore
Non pensate che fosse tutto rose e fiori, eh! Nel 1875, scrive alla direzione generale dell'Agricoltura lamentandosi della mancanza di testi adeguati: "Per le materie che s'insegnano in questa scuola non esistono libri di testo; il professore designa all'occorrenza le opere che possono utilmente essere consultate dagli alunni". È frustrato, ma costruttivo: cerca soluzioni, non si limita a lamentarsi.
Al ministro scrive anche "alcune considerazioni sulla presenza di commissari governativi agli esami di fine anno" – chissà quali beghe burocratiche doveva affrontare! Ma Celi va avanti, perché la sua missione è più grande delle piccole battaglie amministrative.
Gli ultimi anni: la maturità scientifica
Continuano le pubblicazioni: nel 1878 esce il "Manuale del coltivatore di piante a radici da foraggio", nel 1879 ben due lavori rivoluzionari: "Primi esperimenti intorno all'azione della elettricità sulla pianta vivente" (pensate un po', già studiava l'elettrocoltura!) e "Sopra un fatto di miglioramento del bestiame ovino nelle regioni meridionali" – sempre attento ai problemi concreti del Mezzogiorno.
Gli onori non gli mancano: viene nominato commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia, ispettore centrale per l'istruzione tecnica, membro del Consiglio Superiore dell'Agricoltura, socio di importanti accademie italiane e straniere. Ma lui resta sempre quello che era: uno scienziato pratico, un maestro appassionato, un organizzatore instancabile.
Il 21 gennaio 1880: un mercoledì tragico
E poi arriva quel mercoledì maledetto, il 21 gennaio 1880. Ettore Celi ha cinquantotto anni – oggi diremmo che è ancora giovane, che ha tanto da dare. È nel suo ufficio, nell'ex palazzo reale di Portici, proprio dove ha costruito il suo sogno scientifico. Sta attendendo alle ordinarie incombenze necessarie alla direzione della Scuola, come sempre, come ogni giorno.
E la morte lo ghermisce così, all'improvviso, senza preavviso, senza pietà. Prematuramente, come si dice quando qualcuno se ne va troppo presto, quando ha ancora troppe cose da fare, da insegnare, da costruire.
Muore proprio lì, tra quelle mura che aveva trasformato in un tempio della conoscenza agraria, circondato dai laboratori che aveva organizzato, dall'orto botanico che aveva curato, dai libri che aveva scritto.
L'eredità di un maestro
Ma guardate che cosa ci ha lasciato, questo gigante della scienza! Una Scuola Superiore di Agricoltura perfettamente organizzata, che continuerà a formare generazioni di agronomi. Una biblioteca di pubblicazioni che ancora oggi sono consultate dagli studiosi. Un metodo di insegnamento che unisce rigore scientifico e praticità, teoria e applicazione.
Quando penso a Ettore Celi, mi viene in mente 'na frase che amava ripetere mio nonno: "'A terra è 'na maestra severa, ma giusta". Celi ha dedicato la vita a capire questa maestra, a interpretarne i segreti, a insegnare agli altri come rispettarla e farla fruttare. E lo ha fatto con la passione dello scienziato e l'umiltà del contadino – una combinazione rara e preziosa.
Portici, custode della sua memoria
Oggi, quando passeggiamo vicino alla Facoltà di Agraria, dentro quella che fu la Reggia, dovremmo fermarci un attimo e pensare a lui: al professore che veniva da Massa, che aveva studiato a Pisa, che aveva insegnato a Modena, ma che ha scelto Portici per costruire la sua opera più grande.
Sei anni non sono tanti, dal 1874 al 1880. Ma in sei anni Ettore Celi ha cambiato il volto della nostra città, l'ha resa un punto di riferimento per l'agricoltura italiana, ha piantato semi che hanno continuato a germogliare per decenni.
E questo, amici miei, è quello che distingue i veri maestri: non quanti anni vivono, ma quanto vive quello che costruiscono. L'eredità di Ettore Celi vive ancora oggi, ogni volta che uno studente entra in quella Facoltà, ogni volta che un agronomo applica un metodo scientifico ai campi, ogni volta che la conoscenza vince sull'ignoranza.
'A terra nun mente mai – diceva mio nonno – e chi 'a studia cu' rispetto, 'a terra 'o ripaga. Ettore Celi lo sapeva bene. E Portici, 'sta città bellissima sott''o Vesuvio, ha avuto l'onore di essere il luogo dove questo grande scienziato ha scritto l'ultimo, glorioso capitolo della sua vita.
Requiescat in pace, commendatore. Portici non ti dimentica.
