Federico Aprea

Federico Aprea non era un uomo qualunque; era un’anima sensibile nata il 22 maggio 1835 in quella Portici che allora pulsava di vita e di operosità borbonica. Figlio di Pasquale Aprea e Colomba Ferrante, il giovane Federico sembrava avviato verso una carriera sicura e prestigiosa: studiava medicina. Ma la vita, si sa, a volte ti cambia le carte in tavola. Alla morte del padre, dovette rimboccarsi le maniche e abbandonare i libri per prendersi cura dell’azienda di famiglia, una fabbrica di seta situata in via Addolorata.

Ma Federico non era fatto per i conti e per le stoffe. Era "timido e riservato, di animo molto buono (anche troppo)", e questa sua eccessiva bontà, unita a una mancanza di fiuto commerciale, portò presto la fabbrica alla rovina. Eppure, in quel fallimento, Federico trovò la sua vera strada: l'arte.

Il Pittore dei Morti

Mentre costruiva la sua famiglia – sposò nel 1867 Giuseppa Nocerino, da cui ebbe i figli Pasquale, Amalia e Raffaella – Federico si dedicò anima e corpo alla pittura. Divenne un ritrattista eccezionale, ma è per un compito particolare che la storia lo ricorda con un misto di soggezione e gratitudine: era il "pittore dei morti".

In un’epoca in cui la fotografia era un lusso per pochi, perdere una persona cara significava spesso perderne anche il ricordo visivo. Federico veniva allora chiamato dai parenti: con estrema delicatezza, gettava una maschera di gesso sul volto del defunto e da quel calco, quasi per magia, ricavava un ritratto dipinto che restituiva dignità e memoria a chi non c’era più. Non era un lavoro macabro, era un atto di profonda pietà e amore per la comunità.

Un’Eredità di Fede e Bellezza

Federico non dipingeva solo volti umani; il suo pennello cercava spesso il divino. Le sue opere, quasi sempre non firmate per quella sua tipica umiltà, sono tesori nascosti nelle chiese di Portici:

  • Un San Giuda Taddeo, custodito nella Chiesa di San Pasquale Baylon.
  • Una Maria SS. della Purità, che ancora oggi veglia nel refettorio del convento di San Pietro d’Alcantara al Granatello.
  • Un San Pasquale, gelosamente conservato in una collezione privata.

Sono tele degne di essere ammirate, cariche di una spiritualità autentica, la stessa che Federico metteva nella sua vita quotidiana.

L'Ultimo Saluto

Il 5 giugno 1912, all’età di settantasette anni, Federico Aprea chiuse la sua "santa e laboriosa vita terrena". Se ne andò quasi in silenzio, dimenticato da molti in quel momento di passaggio verso un nuovo secolo, ma la sua città non ha permesso che il suo nome svanisse nel nulla. Oggi, una strada di Portici porta il suo nome, a perenne memoria di un uomo che ha saputo onorare la sua terra non con la ricchezza, ma con il talento e, soprattutto, con un cuore grande così.

E allora, la prossima volta che passate per via Federico Aprea, alzate ’u cappiello: state passando davanti alla storia di un uomo che ha dipinto l'eternità.