Antonio CilibertiC’è un filo sottile, ma tenace, che collega l’anima profonda di Portici all’opera di Antonio Ciliberti, artista nato il 19 luglio 1927 e scomparso il 23 settembre 2018. Quel filo è fatto di luce vesuviana, di tenacia partenopea, di mani sporche di creta e cuore pieno d’immaginazione. La sua è stata una vita vissuta tra il lavoro, la famiglia e l’arte, con la stessa intensità con cui un pittore osserva la luce cambiare sul mare del Golfo.

Gli inizi: l’arte come necessità

Antonio nasce a Portici da Luigi Ciliberti e Santa Legale. La vita, però, non gli fa sconti: resta orfano in giovane età e deve presto farsi carico della famiglia. A soli tredici anni, da autodidatta, impugna pennello e colori, realizzando il suo primo ritratto: quello di una bambina, sua vicina di casa. In un’epoca segnata dalla guerra, la sua infanzia si frantuma sotto le bombe, ma l’arte comincia già a diventare rifugio e via d’uscita.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, abbandona gli studi per garantire un sostegno economico ai suoi cari. Lavora prima come garzone di salumeria, poi come autista per le autobotti degli americani. Ma il richiamo della bellezza non lo abbandona mai. Finita la guerra, si diploma alla Scuola di arte e mestieri di via Bagnara, dove ottiene un attestato di qualifica professionale. Un traguardo conquistato con fatica, ma che sarà il primo mattone del suo percorso artistico.

L’incontro con la pittura e la Scuola di Resina

Negli anni Cinquanta, Antonio incontra il pittore Errico Placido (Napoli, 1909 – Portici, 1983), un incontro che cambierà la sua vita. Placido lo prende sotto la sua ala, lo porta con sé a dipingere “en plein air”, seguendo lo spirito della storica Scuola di Resina: una pittura fatta di luce, di paesaggi vesuviani, di vedute tra cielo e mare. Con lui, Antonio riscopre i colori di Portici: quelli delle ville nobiliari, delle marine, degli agrumeti e della gente.

Il mestiere e la scultura: creare tra fuoco e ferro

Negli anni Sessanta e Settanta, lavora presso la grande raffineria petrolifera di Napoli, dove inizia come operaio e diventa tecnico. Ma anche lì l’arte non lo lascia: tra i fumi delle caldaie e i clangori industriali, Antonio riesce a cuocere le sue prime sculture, sfruttando le potenti caldaie dell’impianto. Un gesto poetico e ribelle: mentre tira fuori benzina, plasma anche la materia viva della sua anima.

È in questo periodo che si avvicina alla scultura, ispirato dallo scultore impressionista Medardo Rosso. I suoi bassorilievi cominciano a raccontare storie, volti, gesti, emozioni. Sperimenta cera, creta, miscele di colore, dando forma alla materia con una sensibilità rara, fatta di silenzi e intuizioni fulminee.

Presepi e spiritualità: la tradizione che si fa arte

Negli anni Ottanta, scopre una nuova dimensione espressiva: il presepe. Non quello turistico, stereotipato. Il suo è un presepe interiore, visionario, fatto di terracotta dipinta ad olio, in cui la tradizione napoletana si fonde con la sua poetica personale. I personaggi sembrano usciti da una cantata popolare: pastori stanchi, Madonne sorridenti, Re Magi pensosi. È la sua “teologia del quotidiano”, una spiritualità fatta di terra e colori.

Una vita semplice, un’arte grande

Nel 1956 sposa Margherita Colasanto, da cui avrà sei figli. Nonostante le fatiche familiari, non abbandona mai la sua vocazione. Dopo il pensionamento, trasforma la terrazza di casa in un laboratorio. Lì, tra tramonti e sogni, continua a modellare creta, dipingere tele, costruire presepi. «Manipola la materia per trasformare gli stati d’animo», diranno i suoi figli. Ed è proprio così: le sue mani raccontano ciò che le parole non riescono a dire.

Riconoscimenti e mostre

La sua opera non passa inosservata. Partecipa a numerose mostre nazionali e internazionali, ottenendo premi e riconoscimenti. Nel 1975 riceve la Medaglia d’Argento al Premio internazionale di Pittura e Scultura “Natività 75”. L’anno successivo, nel 1976, viene invitato a Roma al Palazzo dei Congressi per il “Gran Premio dei Decennali”, dove espone come unico scultore accanto a nomi di calibro internazionale come Renato Guttuso, Renzo Vespignani e Cantore. Un traguardo enorme per un artista partito dal niente.

“Tra sogno e materia”: l’ultima celebrazione

Nel 2016, per i suoi 75 anni di carriera, viene organizzata una grande mostra a Villa Fernandez, bene confiscato alla camorra e simbolo di rinascita sociale. L’esposizione si intitola “Tra sogno e materia – Viaggio nell’Arte tra pittura e scultura”, e raccoglie decine di opere tra quadri, sculture e presepi. Un mondo poetico, lucido, visionario, che racconta l’uomo e l’artista. I cittadini di Portici, i figli, gli amici, si stringono attorno a lui, celebrando non solo l’artista, ma l’anima generosa e discreta di un uomo che ha dato tutto sé stesso alla bellezza.


Il lascito di un artista autentico

Antonio Ciliberti si spegne il 23 settembre 2018, all’età di 91 anni. La sua arte resta, come traccia viva della sua esistenza e della sua visione. Pittore, scultore, presepista, ma soprattutto uomo di profonda umiltà, ha saputo raccontare Portici e l’animo umano senza mai urlare, ma con la forza gentile della bellezza.

Un artista che ha scolpito l’anima della sua città e che merita di essere ricordato come uno dei più autentici interpreti della creatività vesuviana del Novecento.