Nata a Roma il 16 gennaio 1876, da Massimo Foà ed Ester Lattes, Anna Foà è stata una delle prime donne a conquistare la cattedra universitaria in Italia, in un’epoca in cui le donne nella scienza erano più rare dei coleotteri albini. Ebrea, appassionata, instancabile, brillante, Anna ha segnato la storia dell’entomologia, della bachicoltura e della genetica applicata, fino al crudele epilogo imposto dalle leggi razziali fasciste.

Gli anni della formazione

Discendente da una famiglia di fede ebraica, dopo aver completato gli studi liceali, Anna si iscrive alla Regia Università di Roma. Qui incontra Giovanni Battista Grassi, celebre zoologo, entomologo e malariologo, che la prende sotto la sua ala scientifica: sarà sua allieva, collaboratrice e, in qualche modo, erede intellettuale.

Grazie a Grassi, Anna inizia a lavorare su un progetto già avviato, e si laurea in entomologia con una tesi sul polimorfismo sessuale di alcuni acari. È l’inizio di una carriera costellata di intuizioni e scoperte.

Tra flagellati e filossera

Dal 1904, Anna Foà affianca Grassi in qualità di ricercatrice e assistente universitaria. Lavora allo studio sui flagellati, protozoi intestinali delle termiti, cercando di comprendere il loro ruolo simbiotico fondamentale per la sopravvivenza degli insetti. Contemporaneamente tiene lezioni su variabilità, eredità, evoluzione, anticipando i temi che la genetica renderà centrali nel secolo.

Nel 1905 si trasferisce alla neonata Regia Stazione di Entomologia di Fauglia, in provincia di Pisa. Qui si occupa della lotta contro la filossera della vite (Phylloxera vastatrix), uno dei parassiti più devastanti dell’agricoltura europea, contribuendo a una delle battaglie fitoiatriche più importanti dell’epoca.

Tra il 1907 e il 1912, insieme a Grassi, pubblica numerosi articoli scientifici, che confermano il suo talento.

Docente e delegata fitopatologica

Nel 1917, in virtù delle sue ricerche (soprattutto sul polimorfismo acaro e sulla fillossera), ottiene la libera docenza universitaria. Contemporaneamente viene nominata delegato fitopatologico dal Ministero dell’agricoltura, con l’incarico di vigilare sulle importazioni ed esportazioni vegetali. Un ruolo raro per una donna, prestigioso e strategico.

Dal 1918, inizia a pubblicare nei Rendiconti dell’Istituto bacologico di Portici una serie di articoli sul ciclo di sviluppo del baco da seta, dimostrando l’infondatezza di alcune teorie sulla formazione delle membrane embrionali.

Nel 1920 tiene una serie di conferenze sulla lotta alla fillossera e vince il concorso a professore ordinario sia a Perugia che a Portici per la cattedra di bachicoltura. Sceglie Portici.

Portici e la bachicoltura scientifica

Dal 1921, si trasferisce nella cittadina vesuviana e inizia un’intensa attività di ricerca presso la Scuola Superiore di Agricoltura. Studia in particolare il ciclo biologico del Nosema bombycis, il protozoo che provoca la pebrina, malattia devastante per i bachi da seta. Potenzia il laboratorio, lo dota di strumentazioni moderne, raccoglie razze indigene e orientali di bachi, avvia studi genetici pionieristici, e persino installa una piccola filanda per le esercitazioni.

Nel 1924, è promossa professoressa ordinaria alla Regia Università di Napoli: un traguardo clamoroso per una donna dell’epoca. Assume anche la direzione dell’Istituto bacologico, diventando figura centrale della ricerca agraria.

Eppure, come annoterà con disincanto, Portici le appare chiusa e provinciale, almeno rispetto all’ambiente romano. Questo però non la ferma.

Il ricordo della Regina e la cattedra negata

Nel 1926, su incarico del Consiglio Accademico, tiene la commemorazione ufficiale per la morte della Regina Margherita di Savoia, alla presenza di autorità e studenti. Un riconoscimento pubblico della sua autorevolezza e levatura.

Per altri quindici anni, nonostante crescenti problemi di salute, Anna Foà continua la ricerca e la didattica, pubblicando articoli di valore come Osservazioni ed esperienze sul bivoltinismo del baco da seta (1927) e il manuale Lezioni di genetica (1924, 1931, 1934). Scrive anche voci per l’Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti.

Ma nel 1938, l'abisso.

L’infamia delle leggi razziali

Il 15 ottobre 1938, in applicazione delle leggi razziali fasciste, Anna Foà viene espulsa dall’Università. Perde ogni incarico, nonostante l'intervento a suo favore dell'entomologo Filippo Silvestri. È anche cacciata dalla Società dei Naturalisti in Napoli, di cui era membro attivo.

È l’unica donna tra i 96 docenti universitari ebrei italiani a subire questa esclusione. Una vergogna che segna la scienza italiana e cancella di colpo una carriera costruita con tenacia, competenza e amore per la conoscenza.

Eredità e memoria

Anna Foà muore nel 1944, in silenzio, come tante altre vittime della persecuzione antisemita.

Eppure, la sua eredità resta viva nelle sue pubblicazioni, nella sua opera di docente e scienziata, e nel suo esempio di intellettuale libera e appassionata, che ha sfidato le convenzioni del suo tempo, aprendo la strada a tante donne nella scienza.

Tra le sue opere scientifiche più importanti:
  • Ricerche sulla riproduzione dei Flagellati I (1904)
  • Contributo alla conoscenza delle fillosserine (1912)
  • Riassunto teorico-pratico della biologia della fillossera della vite (1912)
  • Studio sul polimorfismo unisessuale del Rhizoglyphus echinopus (1916)
  • Relazione sugli allevamenti di alcune razze di bachi da seta (1919)
  • Osservazioni ed esperienze sul bivoltinismo del baco da seta (1927)
  • Lezioni di genetica (1924, 1931, 1934)

Anna Foà è stata molto più che un’entomologa: è stata una pioniera silenziosa, una mente brillante, una voce femminile nella scienza che ha saputo farsi ascoltare — fino a quando il buio dell’odio non l’ha costretta al silenzio. Ma oggi, finalmente, possiamo risentirla.