
In principio c’è Portici, ed è già una cornice perfetta: mare, ville vesuviane, fermento borghese e popolare. È qui, il 20 aprile del 1909, che nasce Guglielmo Peirce, da Carlo, marinaio inglese, e Giulia Bernard, francese e commerciante. Una famiglia cosmopolita che gli regala una mente aperta e uno sguardo inquieto. Quella combinazione di origini inglesi, francesi e partenopee non poteva che generare un artista fuori schema.
Gli anni della formazione: ribellione precoce
Nel 1923, ancora adolescente, Peirce decide che la scuola tecnica non fa per lui. L’anno dopo si iscrive al corso di pittura del Real Istituto d’Arte di Napoli, ma dopo appena due anni lo abbandona con parole che già dicono tutto: «Volgare manierismo». Non vuole imitare, vuole inventare. Ne esce “animato da idee rivoluzionarie e sovvertitrici”, e le metterà in pratica in ogni campo in cui si cimenta.
Nel frattempo frequenta lo studio dell’avvocato-pittore Antonio D’Ambrosio e del critico Paolo Ricci, veri snodi dell’antifascismo intellettuale napoletano. Sono questi i luoghi dove Peirce si forma: non solo come artista, ma come coscienza critica.
Futurismo e “antiarte”: fabbriche, ceramiche e decori meccanici
Alla fine degli anni ’20 lavora nella Stella Ceramiche, fabbrica d’arte partenopea dove crea quelli che chiama “decori alla meccanica”, rielaborazione personale del futurismo. Il motore, la macchina, la modernità: ma mai celebrati acriticamente. La sua arte ha un’anima politica, e già lì si delinea il suo stile “distruttivista”: contro la bellezza sterile, contro l’estetica fine a sé stessa.
Nel 1928, Peirce aderisce al Partito Comunista Italiano clandestino. La polizia lo scheda come “sovversivo”. Ma lui non si ferma: disegna per il mensile satirico Retroscena, ne diventa illustratore di punta, e comincia ad esporre i suoi quadri.
Il Circumvisionismo e l’U.D.A.: arte totale, arte rivoluzionaria
Nel maggio 1928, sull’isola di Capri, fonda con Carlo Bernari, Carlo Cocchia, D’Ambrosio e Ricci un movimento artistico con un nome già visionario: Circumvisionismo. Il loro motto? “Dipingeremo il mondo nella sua interezza”. Un’arte totale, cubista, ma sganciata dalle derive fasciste del futurismo. Curiosamente, il manifesto ha anche il patrocinio di Marinetti, padre del futurismo.
Segue la fondazione dell’U.D.A. – Unione Distruttivisti Attivisti: altro che ottimismo tecnologico! Qui si parla di materialismo, rivoluzione permanente, superamento del pensiero crociano, apertura al surrealismo, alla psicanalisi, al costruttivismo. Insomma: un programma d’arte che è anche un programma di vita.
Mostre e opere
Tra 1928 e 1931, Peirce partecipa a un ciclo di mostre fondamentali:
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Compagnia degli Illusi (Napoli, 1928)
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Teatro degli Indipendenti (Roma, 1929)
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Giornale dell’arte (Milano, 1929)
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Biennale di Venezia (1930, con Frammento d’operaio)
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Quadriennale di Roma (1931, con Composizione futurista)
Alcune opere, oggi perdute, sono state fondamentali: Le amiche (1928), Macchina da scrivere (1929), le illustrazioni per Retroscena e Vesuvio.
Parigi e l’incontro con Picasso
Nel 1931 si trasferisce a Parigi: qui frequenta Bernari, Flora, Severini, Campigli, e sì, entra in contatto anche con Pablo Picasso. Respira surrealismo, scrive e dipinge. Ma nel 1932 torna in Italia e trova un’aria irrespirabile: il fascismo ha militarizzato anche l’arte. Partecipa alla V Sindacale campana nel 1934 (Galà dell’89), ma capisce che quello non è più il suo mondo.
Il giornalismo, l’arresto, la delusione
Dal 1935 si sposta a Roma, stringe amicizia con Alfonso Gatto, collabora con la rivista Casabella. Ma nel 1936 viene arrestato per motivi politici e confinato a Ventotene fino al 1937. È la ferita che segna la sua rotta futura.
Dopo l’8 settembre 1943, si stabilisce definitivamente a Roma, lavora per L’Unità, Avanti!, Documento, L’Ambrosiano. È lui a dirigere la terza pagina de L’Unità fino al 1948. Frequenta la cellula PCI di via Margutta, ma nel 1949 abbandona il partito: troppo burocratico, troppo distante dagli ideali rivoluzionari che lui aveva in testa.
L’ultima stagione: dal comunismo al Borghese
Deluso, ma mai domo, Peirce diventa uno dei più noti articolisti anticomunisti della seconda metà del secolo. Scrive per Il Tempo, La Nazione, Il Borghese di Longanesi, Stampa Sera, Settimo Giorno. Non rinnega il suo passato, ma cambia bersaglio: ora la sua penna è rivolta ai dogmi ideologici, da qualsiasi parte provengano.
Dipinge poco, ma scrive molto. Tra le ultime opere ricordiamo Natura morta con uva ed oggetti.
L’addio di un irriducibile
Malato di cuore, Guglielmo Peirce muore a Roma il 24 novembre 1958. Aveva solo 49 anni. Troppo giovane per un genio che ha bruciato in fretta, troppo avanti per essere incasellato.
Un’eredità da riscoprire
Oggi pochi ricordano il suo nome. Ma Peirce è stato:
- Un pittore futurista ed espressionista fuori dal coro.
- Un illustratore satirico e raffinato.
- Un giornalista militante.
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Un intellettuale critico, capace di cambiare idea senza mai tradire la propria coerenza.
“A Portici ce nascono pure i visionari”
Guglielmo Peirce è una figura che incarna la vera Napoli rivoluzionaria, quella che pensa, che crea, che contesta. Ed è figlio di Portici, che oggi dovrebbe ricordarlo, celebrarlo, esporlo. Una mostra, una via, una scuola d’arte: qualcosa che dica alle nuove generazioni che qui è nato un uomo che ha tentato di dipingere il mondo intero.
Nel corso della sua attività,scrittore di politica, di cultura e di teatro, ha pubblicato romanzi a carattere autobiografico:
- Pietà per i nostri carnefici. Longanesi .Milano, 1951.
- Condannati a morte. Edizioni Atlante.Roma,1953.
- Libertà provvisoria. Longanesi. Milano, 1955.
- Nostalgia di Napoli. Edizioni del Borghese. Milano, 1962.
- Nostalgia di Napoli. Roma. Edizioni Volpe, 1984.
