Federico RossanoNapoli, 31 agosto 1835. Federico nasce da Vincenzo Rossano, ufficiale che aveva cavalcato con Murat fino alle nevi di Russia. Un padre duro, forgiato dalla guerra, che di sogni non voleva sentir parlare. Voleva un architetto, quel figlio. Qualcuno che costruisse cose solide, concrete, misurabili.

E Federico, almeno all'inizio, provò ad accontentarlo. Si iscrisse alla Reale Accademia delle Belle Arti di Napoli — corsi di architettura, righe e compassi, tutto in ordine. Ma il cuore non si comanda. Ben presto, in barba alla volontà paterna, cambiò indirizzo e cominciò a frequentare i corsi di pittura.

Divenne allievo di Giacinto Gigante e Gennaro Ruo. Ma la sua natura ribelle e il suo spirito libero gli crearono qualche problema: per indisciplina rischiò addirittura l'allontanamento dall'Accademia. Alla fine lasciò gli studi accademici da solo, per continuare a imparare direttamente dal vero — dalla natura, dalla luce, dall'acqua, dal cielo.

"Tu fai 'o pittore? Allora nun sei figlio mio."

Parole brutali. Parole che restano. E Rossano le portò nel cuore per tutta la vita — come 'na ferita che non si chiude mai del tutto, come 'n'ombra malinconica che aleggiava persino sui suoi paesaggi più luminosi.

Con pochi soldi strappati all'affetto della madre — lei sì, che capiva — comprò colori e pennelli. E andò a dipingere il mondo.

L'Incontro con Gigante e i Primi Successi

Ma 'o destino, a volte, ha occhi buoni.

Un giorno, all'angolo di una strada napoletana, un signore si fermò davanti ad alcune tavolette esposte per la vendita. Pochi soldi, roba da niente. Ma quegli occhi esperti videro qualcosa di straordinario.

Era proprio lui — Giacinto Gigante, il grande maestro della Scuola di Posillipo, che sarebbe poi diventato anche suo professore.

Comprò tutte le tavolette. Poi volle conoscere l'autore. E quando trovò quel giovane dall'aria malinconica e timida, gli disse chiaro e tondo: "Vai avanti così, guaglione. Hai una visione delle cose che gli altri non hanno."

Quelle parole furono come pioggia su una terra assetata.

Il giovane Rossano cominciò a esporre. Nel 1860, a una mostra d'arte a Palermo, presentò una tela a olio dal titolo Il porto di Napoli dal Granatello — veduta marina, genere in cui già dimostrava una sensibilità tutta sua.

Portici: La Casa dell'Anima e la Repubblica dei Pittori

E arriviamo a noi, amici. Arriviamo alla nostra Portici.

Nel 1858, l'amico Marco De Gregorio — nato a Resina il 12 marzo 1829 — lo invitò a raggiungerlo nella cittadina vesuviana, dove occupava due stanzette nell'abolito Palazzo Reale. Federico non ci pensò due volte: lasciò l'Accademia e venne qui.

E Portici lo abbracciò come solo questa terra sa fare.

Qui strinse una fraterna amicizia con il pittore pugliese Giuseppe De Nittis, nato a Barletta il 25 febbraio 1846. E insieme a lui, a De Gregorio e ad Adriano Cecioni da Fontebuona, nel 1863 nacque qualcosa di straordinario: la Scuola di Resina, fondata tra le stanze di quel palazzo reale trasformato in atelier.

Un gruppo di pittori dissidenti, vicini al verismo e ai macchiaioli, che rompevano con la tradizione accademica per andare a cercare la verità direttamente nella natura. Il grande Domenico Morelli li guardava con un misto di stupore e ironia, e li battezzò con una definizione tanto sprezzante quanto — col tempo — gloriosa: la Repubblica di Portici.

Ah, che nome! 'Na repubblica d'artisti liberi, ribelli, geniali — ccà, sotto 'o Vesuvio!

E i frutti di quella repubblica si vedono nelle opere: nel 1865 Rossano dipinge Spiaggia di Portici, olio su tavola firmato in basso a sinistra "FRossano", oggi patrimonio dell'Artvalue. Nel 1873 presenta Bosco di Portici alla mostra della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli. Nel 1875 porta alla stessa rassegna quattro lavori, tra cui ancora Bosco di Portici e Dintorni del Vesuvio — un omaggio doppio alla sua terra adottiva.

Nei paesaggi vesuviani la stesura del colore appare distesa e calma, quasi lirica. Come nel celebre Villa Dalbono a Portici, dove bianchi, azzurri e verdi atmosferici si fondono in una composizione armoniosa che è, insieme, pittura e poesia.

Parigi — Il Trionfo e l'Amicizia

Quando De Gregorio morì nel 1876, Portici si fece più vuota. E Rossano, trascinato dal dolore ma sorretto da un amore inesauribile per l'arte, seguì l'amico "Peppino" De Nittis a Parigi, dove rimase per circa vent'anni.

E Parigi lo capì.

Al Salon del 1876, il quadro Covoni fu un trionfo. I critici parlavano di profondità tonale, di un'atmosfera umida e vibrante che ricordava gli impressionisti, che ricordava Manet. Francesco Netti scrisse di "finezza di tono" come caratteristica distintiva, lodando i Dintorni di Parigi per quell'atmosfera grigia e umida che avvolgeva ogni cosa.

Nello studio di De Nittis, Rossano incontrò Degas, Boldini, persino Émile Zola. Si innamorò dei pittori di Barbizon e dai loro paesaggi trasse quella tavolozza di toni terrosi, quella sensibilità vibrante che avrebbe segnato tutta la sua produzione matura — paesaggi parigini dalle "delicate trasparenze, intrise di sottili malinconie".

Quelli parigini furono anni di mostre e riconoscimenti internazionali. Un curriculum che fa impressione ancora oggi: Esposizione Nazionale di Firenze nel 1861; Vienna nel 1873; Parigi dal 1876 al 1892; le Esposizioni Universali di Parigi del 1878 e del 1889; Londra nel 1880; Torino nel 1880 e nel 1898; Roma nel 1883, 1895 e 1896; la Biennale di Venezia nel 1899, 1905 e 1910. E ancora, la partecipazione alla Promotrice Salvator Rosa di Napoli dal 1863 al 1911 — quasi mezzo secolo di fedeltà alla sua città.

E poi, nel 1880, arrivò l'amore: Zelye Brocheton, di origine sassone, che divenne sua moglie fedele e compagna amorosa fino all'ultimo. Finalmente, dopo tanta solitudine, Federico aveva trovato la sua pace.

Il Ritorno: Portici nel Cuore

'A terra chiama sempre, amici miei. Sempre.

Nel 1893, ormai avanti negli anni, Federico tornò in Italia con Zelye. Fu proprio lei, sedotta dalla bellezza del luogo, a spingerlo a fermarsi qui. Prese alloggio a Portici, in Via Cappella Reale, e riprese a dipingere i soggetti della sua giovinezza — come uno che torna a casa dopo un lungo viaggio e ritrova ogni angolo con occhi più profondi.

Ma i risparmi parigini si esaurirono presto. E Rossano, grazie ancora all'intercessione del grande Domenico Morelli, ottenne la cattedra di pittura come insegnante di paesaggio presso la Reale Accademia del Disegno, che tenne fino al 1902.

Si trasferì poi a Napoli per essere più vicino al lavoro. Viveva isolato e incompreso dai più, apprezzato e amato solo da pochi amici fidati: Giustino Fortunato, il pittore Majuri, Dalbono, Ferrer, e quegli alunni che conoscevano il suo glorioso passato e lo guardavano con silenziosa ammirazione.

Il rimpianto dei trionfi parigini era forte. Ma il pennello non si fermò mai.

L'Ultima Luce

Federico Rossano si spense a Napoli, il 5 maggio 1912.

La vedova Zelye, rimasta sola, tornò a Portici — ospite della famiglia Majuri, in Villa Dalbono, proprio quella che il marito aveva immortalato sulla tela. Per sopravvivere, vendette fino all'ultimo schizzo di Federico. Solo gli amici più fedeli provvidero infine alla sua sussistenza.

Anche lei si spense, vent'anni dopo. Come se senza di lui, il mondo avesse perso un po' del suo colore.

Il Lascito

Rossano nun è solo 'nu pittore. È 'na storia d'amore — per l'arte, per Portici, per la bellezza ostinata che resiste al dolore.

Le sue opere vivono ancora nei grandi musei: il Campo di grano, acquistato nientemeno che da Vittorio Emanuele II per la Galleria di Capodimonte; altri dipinti esposti nella Galleria d'Arte Moderna di Roma e nella Collezione Grassi di Milano; e poi nelle collezioni private di chi, nel tempo, ha saputo riconoscere il valore di questo maestro silenzioso.

La Scuola di Resina, la Repubblica di Portici, i paesaggi del Miglio d'Oro, le marine d'Ischia, i boschi vesuviani... in tutto questo, Federico Rossano ha lasciato la sua firma — discreta come il suo carattere, indelebile come la sua arte.

E nuje, ccà a Portici, 'o ricordiamo ancora. Perché certi uomini non muoiono mai davvero — vivono nei colori che hanno lasciato al mondo.