Marquez AlfonsoUn artista "senza confini", ma con le radici ben piantate ai piedi del vulcano.
Così è stato definito Alfonso Marquez, pittore raffinato e poliedrico, testimone sensibile del dramma umano, interprete profondo del sacro e narratore visivo delle trasformazioni del mondo popolare vesuviano. Nato a Ercolano il 5 gennaio 1927, è stato uno dei protagonisti più significativi della scena artistica campana del secondo dopoguerra.

Le origini: Ercolano e la vocazione precoce

Figlio del golfo e della lava, cresciuto tra le pietre millenarie di Ercolano, Marquez sviluppa sin da giovane una passione profonda per l’arte. Dopo gli studi inferiori nella sua città, si forma all’Istituto d’Arte di Napoli, dove è allievo di due maestri d’eccezione: Casciaro e Viti. Da loro apprende la disciplina del segno e la libertà dell’ispirazione, due poli che non abbandonerà mai.

Un artista in dialogo col suo tempo

Marquez è uomo del Novecento, e ne attraversa tutte le stagioni artistiche: dal post-impressionismo all’arte nucleare, dall’astrattismo alla polimaterica, fino alla nuova figurazione, che abbraccia come linguaggio definitivo per raccontare la condizione dell’uomo contemporaneo. Non per caso lo definiscono “protagonista sensibile e pensoso del dramma umano e sociale”.

Nel 1966, è tra i fondatori della Galleria Carolina a Portici, centro nevralgico del fermento culturale dell’epoca, assieme ad artisti come Eciancia, Galbiati, Maione. Un luogo d’incontro per artisti, critici e intellettuali, dove si respira l’aria del cambiamento.

Visione e militanza: tra arte, impegno e spiritualità

Marquez non è solo pittore, è intellettuale militante. Uomo di sinistra, libero da schemi ideologici, vicino alla fede ma attraversato da dubbi e ricerca, partecipa attivamente alla vita civile:

  • sostiene l’Associazione Arte Vesuviana, contro la demolizione della stazioncina di Bellavista a Portici;
  • è accanto al Gruppo degli Sfrattati del Rione Terra di Pozzuoli, nei drammatici anni del bradisismo e delle speculazioni edilizie;
  • scrive Il fetentissimo vocabolo, libro d’arte sul tema dell’emarginazione e del linguaggio popolare;
  • manifesta una passione civica rara, guidata dal desiderio di riscatto delle realtà marginali.
Un linguaggio poliedrico: simbolismo, sacro e memoria

L’arte di Marquez è un viaggio tra generi e tecniche. Passa dalla pittura “nucleare” alla pop-art simbolica, con pannelli che sembrano altari urbani; ma è nella nuova figurazione che raggiunge la piena maturità, con un tratto che è insieme narrativo e visionario.

Nei suoi lavori si fondono memoria e denuncia, mitologia e cronaca, fede e inquietudine. Affronta temi come oblio e memoria, rottura e continuità, morte e redenzione, sempre con uno sguardo compassionevole sull’umanità.

Le grandi opere: tra sacro e vesuviano
  • Il Dies Irae (1993): una straordinaria serie di 20 grafiche esposte all’Abbazia di Montecassino, ispirate al celebre testo liturgico medievale. È un’opera di profondo significato esistenziale e spirituale, dove il disegno si fa preghiera, e la materia si trasfigura in luce.
  • La storia del Vesuvio: dipinti fortemente drammatici, che rievocano la tragedia dell’eruzione del 79 d.C., e si fanno metafora delle ferite dell’umanità. È una pittura “epica”, dove dolore e speranza si intrecciano come lava e cielo.
  • L’opera dei Santi – La storia del Vulcano: un capolavoro assoluto, una gigantesca tela di 16 metri per 4,50, a forma di nuvola, realizzata per la parrocchia dei SS. Cuori di Gesù e Maria di Portici. In essa, Marquez fonde tutte le sue esperienze pittoriche in un’unica, scenografica sinfonia visiva. Un ciclo in cui microcosmo e coscienza storica si uniscono nella rappresentazione della Fede, Speranza e Carità, in omaggio a San Giovanni Bosco.
Mostre e riconoscimenti

Marquez ha partecipato a decine di mostre personali e collettive, in Italia e all’estero. Ne ricordiamo alcune:

Mostre personali:
  • 1959 – Ercolano
  • 1971 – Napoli
  • 1972 – Udine
  • 1973 – Pomigliano d’Arco
Collettive principali (1952–1973):
  • Ercolano, Roma, Torre del Greco, Napoli, Salerno, Vercelli, Londra, Assisi, Milano, Positano, Brescia, Rimini, Ischia, Bologna, Roma, Pomigliano d’Arco e molte altre.

I suoi lavori si trovano oggi in collezioni pubbliche e private, conservati come testimonianza viva di un’epoca, di un territorio e di un’anima artistica senza compromessi.

L’ultimo tratto di strada

Sposato con la signora Anna Favarolo, vive a lungo a Portici, senza mai spezzare il legame profondo con la natia Ercolano, la sua culla e musa. Marquez muore a Portici il 17 marzo 1997.

Nel decennale della scomparsa, il Comune di Ercolano lo celebra con un catalogo commemorativo, riconoscendogli il ruolo di artista universale con radici vesuviane.

Un’eredità che respira ancora

Alfonso Marquez è stato artista, cittadino, poeta visivo, profeta laico.
Un uomo che ha raccontato la sua terra con amore e inquietudine, fede e dubbio, forma e sostanza. La sua opera continua a parlarci: di memoria e redenzione, di dolore e bellezza, della lotta per la giustizia e della forza dell’arte come resistenza e speranza.

Come una nuvola sopra il Vesuvio, la sua pittura non passa: si trasforma, si fa segno, si fa luce.