Alessandro BriziC’è chi nella terra ha visto solo fatica e chi, invece, un destino. Alessandro Brizi apparteneva alla seconda specie: quelli che vedono nei campi una promessa, non un limite; che alla zolla non chiedono solo il raccolto, ma anche la verità sul Paese. Un agronomo, sì, ma anche un riformatore, un intellettuale, un servitore dello Stato, e per un certo tempo, persino un politico. Una figura chiave — anche se oggi un po’ dimenticata — della storia agricola e istituzionale italiana tra Ottocento e Novecento.

Le radici nel Lazio, la vocazione nella scienza agraria

Nato il 7 settembre 1878 a Poggio Nativo, piccolo borgo della Sabina reatina, da Eugenio Brizi e Anna Maria Antonini, Alessandro venne su con un’educazione solida e un temperamento risoluto. Dopo aver conseguito nel 1898 la laurea in Scienze Agrarie alla Regia Università di Pisa, intraprese un cammino che lo avrebbe portato a percorrere l’Italia rurale da cima a fondo, con lo stesso spirito con cui un medico osserva i sintomi di un malato: con attenzione, con empatia, ma soprattutto con metodo.

Un funzionario con l'anima del missionario

La sua carriera nella pubblica amministrazione inizia nei primi del Novecento, e subito emerge la sua vocazione educativa. Dirige la cattedra ambulante di agricoltura di Cremona, un’iniziativa illuminata che portava il sapere agronomico direttamente nelle campagne, a contatto con i contadini, per combattere l’ignoranza e diffondere innovazione. In quegli anni Brizi non si limita a fare il burocrate: diventa un vero “apostolo del progresso agrario”, come sarà definito più tardi. E i risultati si vedono: nel 1908, appena trentenne, è già direttore generale del Ministero dell’Agricoltura.

Il legame con Portici: dove l’agricoltura si fa scienza

Una tappa fondamentale della sua vita accademica è Portici, cuore pulsante della cultura agraria meridionale. L’Istituto Superiore Agrario di Portici, vera eccellenza vesuviana, lo accoglie prima come incaricato, nel 1928, e poi come professore ordinario di Economia e politica agraria. Qui Brizi fa qualcosa di più che insegnare: riforma, rinnova, ispira. Seguace del pensiero di Arrigo Serpieri, introduce un metodo didattico che unisce l’osservazione diretta alla teoria economica, portando gli studenti a confrontarsi con le reali condizioni delle campagne meridionali. È uno dei primi a parlare, in termini tecnici e scientifici, del ritardo agrario del Mezzogiorno, anticipando temi che ancora oggi animano il dibattito socio-economico del Sud.

Quando nel 1935 l’Istituto viene assorbito dalla Regia Università di Napoli e trasformato in Facoltà di Agraria, Brizi continua il suo lavoro con la stessa passione, facendo della sede porticese uno dei centri più vivaci del pensiero agronomico italiano.

Un uomo delle istituzioni (con luci e ombre)

La sua carriera pubblica lo porta anche in alto. Viene chiamato a far parte di diversi enti prestigiosi: Segretario generale dell’Istituto internazionale di agricoltura, membro del Consiglio Nazionale delle Ricerche, accademico dei Georgofili. Nel 1939 entra nella Camera dei fasci e delle corporazioni su nomina diretta di Benito Mussolini, come rappresentante della corporazione dei prodotti tessili.

Nel 1943, in pieno caos bellico, diventa senatore del Regno e, per un breve ma delicato periodo (dal 26 luglio 1943 all’11 febbraio 1944), è Ministro dell’agricoltura e delle foreste nel primo governo Badoglio, quello della transizione tra il fascismo e la monarchia ormai morente. Un ruolo non facile, in un’Italia lacerata dalla guerra e dall’armistizio imminente.

Ma la sua vicinanza al regime non resta senza conseguenze. Dopo la guerra, il 5 marzo 1946, è deferito all’Alta Corte di Giustizia per le Sanzioni contro il Fascismo e, con sentenza dell’8 luglio 1948, viene dichiarato decaduto dalla carica senatoriale per essere stato nominato durante l’ultimo periodo del regime.

Un’eredità di studio, dedizione e pensiero critico

Brizi non è stato solo un funzionario o un professore: è stato un prolifico autore di monografie e saggi, con una particolare attenzione ai problemi strutturali dell’agricoltura italiana. Tra le sue opere, spicca "Introduzione allo studio del capitale fondiario" (1950), sintesi del suo approccio pragmatico e scientifico alla questione agricola.

Onorificenze e riconoscimenti

Nel corso della sua carriera, Brizi riceve numerose onorificenze, segno della considerazione di cui godeva presso le istituzioni:

  • Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia

  • Grande Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

  • Grande Ufficiale dell’Ordine Coloniale della Stella d’Italia

La fine di un viaggio e il ricordo di un maestro

Muore a Roma il 14 gennaio 1955, lasciando dietro di sé una scia profonda e silenziosa di riforme, pensieri, azioni. Non fu un rivoluzionario, né un ideologo. Fu un riformatore: paziente, metodico, ostinato. Uno di quelli che credono che cambiare la società si possa, purché si parta dalla terra, dagli uomini e dalle idee chiare.

A Portici, ancora oggi, tra gli archi delle ville vesuviane e i viali della Reggia borbonica che ospita la Facoltà di Agraria, si sente l’eco del suo insegnamento. Non una voce gridata, ma una lezione continua: quella del lavoro serio, della conoscenza al servizio della collettività, della terra come missione civile.