L'eruzione del 1631 e l'epitaffio

Nel 1631 si verificò quella che è forse la più terribile delle eruzioni del Vesuvio. L'incubo cominciò il 16 dicembre, con un strana nube che crebbe a dismisura, trasformandosi in una colonna di fumo. Caddero scorie, lapilli e ceneri. Il mattino del secondo giorno, mentre il suolo continuava a vibrare, un diluvio trascinò a valle spaventose correnti di fango. Le acque sommmersero in gran parte, oltre ai paesi nord orientali, anche Portici, San Giorgio e Resina. Il cono si spacco al centro e ai lati, eruttando un mare di lava, con un fronte largo fino ad un chilometro, che divorò boschi, campagne e case.

Il flusso proveniente da Resina investì ad alta velocità l'abitato di Portici, penetrando in mare. In certi punti costituì una muraglia di lava alta sette o otto metri, che è ancor oggi visibile nel Parco superiore e lungo la scarpata della ferrovia tra Villa Bruno e la Bagnara. Un braccio di lava più esile tagliò in due Portici da Largo Croce al Trio. Un'altra colata si insinuò verso Leucopetra, toccando il lido. Molti porticesi restarono prigionieri tra due ali di fuoco, bombardati dai proiettili scagliati dal cratere ed altri non riuscirono a trovare riparo in tempo.

Alla fine saranno settanta le famiglie sterminate dalla furia del vulcano. Due terzi di Torre del Greco furono azzerati, poche case si salvarono a Torre Annunziata, il fiume Sarno fu deviato, Boscotrecase fu rasa al suolo, Resina fu colpita gravemente, San Giorgio fu distrutta per la gran parte, mentre a Somma fu ritrovata una bomba vulcanica di 25 tonnellate.

La superficie della massa lavica fuoriuscita dal vulcano fu di 15 milioni di metri quadrati, mentre il suo volume fu di 73 metri cubi.

le polveri e le ceneri del Vesuvio, trasportate dai venti, si spinsero sino alla città di Costantinopoli. I morti furono in totale quattromila, seimila i capi di bestiame perduti, mentre i danni complessivi ammontarono ad una cifra molto vicina alle centinaia di milioni di euro.

Quando il Vesuvio si placò, qualche giorno dopo, la circonferenza del cratere era più che raddoppiata e la cima del cratere decapitata di 160 metri.

Dopo l'eruzione del 1631, il Vicerè Emanuele Fonzeca Zunica incaricò il padre gesuita Orso di dettare un epitaffio in latino, come monito per le popolazioni future. L'epitaffio, ancora visibile, è collocato all'imbocco di Via Gianturco a Portici ed è considerato il primo manifesto di protezione civile al mondo.

L'Epitaffio di Portici (traduzione dal latino)

«Posteri, posteri
si tratta del vostro bene
un dì è all'altro foriero di luce, il veniente al successivo
state attenti
per venti volte da che brilla il firmamento a testimonianza della storia
arse il Vesuvio
ai perplessi di spirito d'esterminio feral apportator perenne
perché in avvenire non vi ccolga titubanti
Dovvi il seguente avviso
a profusione serba nelle sue viscere questo monte
bitume allume ferro zolfo oro argento nitro e sorgenti d'acqua
presto o tardi diverrà di fuoco e cogli influssi del mare erutterà
ma pria minaccia eruzione
si sconvolge, fa tremare la terra, fumica, folgoreggia, tramanda fiamme
fa echeggiare l'aria emette orribili muggiti, boati, tuoni, fa allontanare dai paesi gli abitanti
mettiti subito in salvomentre il puoi
veggo già sgravarsi impetuosamente uscir fuori
vomitando un lago di fuoco che si precipita a ruina
prevenendo un'inutile fuga
se ti sorprende per te è spacciata per sempre.

Nell'anno di salute 1631 il 16 dicembre
ai tempi di Re Filippo IV
e del Vicerè Emanuele Fonzeca Zunica Conte di Monteré
ritornati i calamitosi tempi trascorsi
ed apportativi colla più segnalata filantropia e munificenza i convenuti sussidi
temuto salvò, non curato rese sue vittime i malaccorti ed avari
per avere preferito la casa colle masserizie alla propria esistenza
allora se hai senso presta orecchio all'aviso eloquente di questa lapide
non curarti della casa, né di fare fardello e senza indugio prendi il largo
essendo il Marchese Antonio Suarez Vice direttore dei péonti e strade.»