Federico Rossano

Rossano - Villa Dalbono a PorticiFederico Rossano nasce a Napoli nel 1835, figlio di un ufficiale reduce della campagna di Russia con Murat. Seguì i corsi di pittura nella Reale Accademia di Belle Arti, nonostante le ostilità del padre, che voleva farne un'architetto e non perdonerà mai al figlio la scelta che fece in seguito.

Rossano fu quasi proscritto dalla famiglia e ciò segnò in lui un'amarezza ed un tormento che porterà nel suo animo per tutta la vita. Studiò e si affermò come uno dei pittori più dotati del gruppo "porticese". La sua natura, sensibile al fascino "antico" delle vedute posillipiane, lo porterà ad una felice ed armoniosa visione del paesaggio.  Infatti, i temi preferiti Rossano li cercava percorrendo le strade consuete dei pittori della Scuola di Posillipo, e puntava specialmente sulla versione naturalistica della pittura data da Filippo Palizzi.

All'inizio, l'artista s'ispirava di preferenza alle marine, soprattutto dell'isola d'Ischia: i porticcioli con i velieri all'attracco e tutti quei motivi offerti dalla natura selvaggia e bellissima di quest'isola. In questa sua produzione s'affaccia prepotente il ricordo di Corot, e i suoi itinerari spaziavano dai Campi Flegrei a Cava dei Tirreni, nonché a Portici, dove risiedette spesso e lavorò alacremente insieme ai compagni che costituirono poi il gruppo "repubblicano", in particolare con Marco De Gregorio.

Nelle pitture ispirate ai paesaggi vesuviani la stesura del colore appare distesa e calma, come nel quadro "Villa Dalbono a Portici", in cui i bianchi, gli azzurri e i verdi atmosferici si inseriscono in una composizione felice e armoniosa quasi lirica, che si ripete ogni volta che l'artista si trova a diretto contatto con la natura della sua terra.

Rossano, che dagli insegnamenti di Gennaro Ruo per la figura, e di Vincenzo Volpe per il paesaggio aveva appreso solo la ferrea disciplina del disegno, condizione allora indispensabile per riuscire un buon pittore, ben presto si accorse che il vero che lo circondava fosse così distante e diverso da quello artificioso di uno studio.
Il suo stato d'animo, sempre malinconico, amareggiato per la persecuzione paterna, eludeva gli "spettacoli luminosi" e violenti.

Con i pochi soldi strappati all'affetto materno acquistò colori e pennelli si dette a percorrere i luoghi e i dintorni più congeniali al suo innato lirismo pittorico e alla sua indole sognatrice.

Giacinto Gigante attratto da alcune "tavolette" esposte all'angolo di una strada e che Rossano aveva venduto per pochi soldi, le comprò tutte e volle conoscere l'autore.

Lo lodò e lo spronò a persistere in quella direzione perché il giovane aveva delle qualità ed una visione delle cose diversa dagli altri alunni dell'Accademia.

Rossano - I covoniIncoraggiato dai consigli del Maestro, Rossano estese il suo campo visivo verso più ampie visioni del paesaggio. Arrivò qualche sporadico successo e qualche occasionale vendita. Le tribolazioni familiari erano sempre frequenti e quando De Gregorio, nel 1858, lo invitò a Resina dove occupava due stanze nel soppresso Palazzo Reale, sua dimora abituale, non esitò a lasciare l'Accademia per andare ospite a Portici presso l'amico dove rimase per circa un ventennio. Qui insieme al gruppo di amici: al De Nittis, al Cecioni e al De Gregorio, dipinse instancabilmente e alacremente, realizzando quelle opere che gli fecero avere il successo che meritava.

Suoi quadri furono acquistati da Re e dal Ministero della P.I. ma queste affermazioni non alleviavano le sue ristrettezze economiche e la sua indole malinconica, la sua innata modestia, semplicità e umiltà prendeva spesso il sopravvento sul suo stato d'animo.

Morto De Gregorio, partito il De Nittis per Parigi, Federico Rossano, caduto in un pauroso stato d'animo ma sorretto da una forza ed un amore inesauribile per l'arte, invitato dal suo amico "Peppino" che mieteva successi a Parigi, lo raggiunse preceduto dalla notorietà che i quadri commessigli dal mercante Goupil gli avevano conquistata.

Parigi, al Saloon del '76, ebbe un grande successo con il quadro Covoni, un dipinto che stilisticamente, come profondità dell'analisi tonale, si avvicinava alla produzione contemporanea degli impressionisti e di Manet in particolare. Nel 1877 espose un paesaggio francese ed altri quadri: " fini di tono, qualità caratteristica di questo artista", affermava Francesco Netti recensendo il dipinto Dintorni di Parigi, di cui osservava l'atmosfera umida e grigia che avviluppava gli oggetti rappresentati. Nel 1877, a Parigi, l'artista frequenta assiduamente lo studio e la casa di De Nittis, stabilendo un contatto umano, tra gli altri, con Degas, Boldini e Zola, abituali ospiti del pittore barlettano. Ma Rossano fu prevalentemente attratto dai pittori di Barbizon, dai quali apprese il gusto di una colorazione impostata su toni terrosi e, nel disegno, uno stile sensibile e vibrante che rendeva nell'impasto del colore le forme e gli spazi dei motivi da lui dipinti.

Negli anni parigini, salvo qualche sporadico soggiorno in Inghilterra e brevi ritorni a Napoli, ebbe finalmente un periodo di felicità e di successi, liberato anche da preoccupazioni finanziarie. Rossano e De Nittis, legati dai ricordi del passato e dalla fraterna amicizia che li aveva tenuti uniti, continuavano ad inviare alla vedova dell'amico De Gregorio un sussidio mensile.
Sposò nel 1880 Zelye Brocheton, figlia di un notaio di Soissons, che gli fu compagna fedele e amorosa fino agli ultimi suoi giorni.

Fece ritorno a Portici, spinto anche dalla moglie che era stata sedotta dal clima del luogo. Prese alloggio in Via Università, e si dedicò con immutato amore a ripetere i soggetti della sua giovinezza, ma ben presto i suoi risparmi che aveva guadagnato a Parigi si esaurirono e fu costretto a cercare lavoro. Ottenne, per intercessione di Morelli, la nomina d'insegnante di paesaggio nell'Istituto di Belle Arti e di disegno presso la Scuola di S. Orsola Benincasa arrotondando il bilancio familiare con sporadiche vendite delle sue opere. Si trasferì a Napoli per essere più vicino al posto di lavoro. Viveva isolato ed incompreso, apprezzato ed amato solo da pochi amici: Giustino Fortunato, il pittore Majuri, Dalbono e Ferrer e alunni che ne conoscevano e ammiravano il suo glorioso passato. Il rimpianto dei successi di Parigi era forte in lui. Morì nel 1912. La Vedova Zelye, trasferitasi temporaneamente a Portici, ospite della famiglia Majuri, in Villa Dalbono, per sopravvivere vendette fino all'ultimo schizzo del marito e alla sua sussistenza infine, pensarono i suoi amici. Si spense vent'anni dopo.